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domenica, 30 ottobre 2005

FOLIE



Stefan Thor e il suo mondo.
Folletto elettronico per glaciali caverne.
Disturbanti deviazioni sonore per attimi di puro dolore.
Genietto istrionico ed appartato.
Geniale produttore, fulminante remixer.
Esplorazione chilometrica, viaggi interplanetari.
Pubblica sotto l'ottima Mitek, propensa a noise-techno da sballo.
Ah, l'etichetta è del fantasmagorico produttore Mikael Stavostrand.
Due i dischi dati alle stampe.

 

Folie: "Mispass" (Mitek, 2002)

Destrutturazioni techno per spigoli glitch.
Minimale inabissarsi in un mondo morboso e profondo.
Deteriorante immergersi nel mare dei rumori digitali.
Appuntite scabrosità di una montagna invalicale e insuperabile.
Vide sottopone i nostri sensi a una prova probante.
Piccolissimi contrappunti sonori inficiano una tastiera dal sentore di normalità. Sciabolate di finissimo rumore paiono squarciare in due il procedere del pezzo come un coltello affilatissimo taglia la carta.
Fasad è ambient trasfigurata da cavernicoli clangori metallici.
Parasit è una delirante miscela di bleeps spaziali, drones rumorosi e schifezze sonore d'ogni sorta.
Stiltje è una modulazione sonora dal pacato percorrere. Millimetrici timbri dettano un tempo strascicato, errori punzecchiano, rigurgiti digitali sporcano.
Boulevard pare essere il lamento di un essere robotico andato in tilt. Programmazione errata, sofferenze informatiche, frustazioni analogiche.
Rippit è Murcof più rumoroso.
Cikada è un ondeggiante svolazzare di un synth ferroso con accanto una drum-machine da quattro soldi. Andirivieni di pulviscoli di polvere interstellare.
Nji è un misto di Bola, Oval e Masakatsu. Ben centrifugati con un tocco di sapienza.
Percorrendo l'epilettico loop di Time, attraverso il bozzettino di fragile natura che è Brovah.
Joimp è genialità elettronica allo stato puro. Principio minimale fino all'eccesso, intromissioni schizzofreniche, rumori concreti, astrazioni e ricomposizioni.
Vov è una techno minimale come pochi sanno fare.

Il successivo non lascia scampo e da conferme a destra e manca.

 

Folie: "Eyepennies" (Mitek, 2005)

Mi sembra ovvio l'appellativo capolavoro.
Un lavoro di tale sapienza ritmica e compositiva raramente viene da sentire alle orecchie.
Una capacità straordinaria di miscelare: glitch, minimal-techno, musica astratta e ambient.
Ellatre è un'ambientazione cosmica per un locale in mezzo allo spazio, tra due stelle pulsanti.
Strum ricama sinousoidali disegni d'attraente bellezza.
Knapig conduce a una crisi nervosa di strabordante perfezione.
Mnogo lascia a bocca aperta quando si capisce d'essere di fronte a ambient-glitch-techno d'altri tempi e tradizioni.
Rocin è la destabilizzazione di strumenti acustici martoriati digitalmente. Capolavoro di concreta musicalità.
Reveji è un industriale catalessi metallica. Stomp leggeri quanto una piuma lasciano spazio a un drone di sferragliante rumorosità.
Oaklips sono gli LFO innamorati del glitch.
Felicia è la sonorizzazione per una notte gitana davanti al mare, con il disco nelle orecchie.
Krogg è Garnier quando usa i glitch, solo un pochettino meno danzereccio.
Viskos è un delizioso quadretto d'immaginifica bellezza con il synth che lascia i tratti preponderanti e i resti disegnano i particolari.
Stain è una voce lontana di una donna sofferente, amplificata, se non spezzatata, allungata, imbastardita. I grooves l'uccidono definitivamente.
Conclude Bundle in un tripudio spaziale d'onirica particolarità.
Sprofondate dentro Folie. Lui vi darà una mano per godere fino alla fine dei tempi.

Postato da: tmtd a 11:33 | link | commenti |



Aoki Takamasa: "Indigo Rose" (Progressive Form, 2002)

Questo uomo è un genio. Il mio amore smodato è suggellato dall'ascolto dei suoi dischi.
Sfrigolio disturbante per orecchie timidi.
Picchiettare di un robotico esserino sulla superficie scabrosa di un oggetto metallico.
Battere onirico di un errore al di fuori dei confini della percezione sonora.
Piccoli fraseggi di una voce lontana effigiano paesaggi desolati come una landa abbandonata.
Suoni oscuri e distanti, sensazioni emarginate e in disparte.
Uno dopo l'altro le composizioni entrano negli angoli più reconditi del nostro essere e gli ammorbano. Infettare con un ossessionante malattia benefica.
Hope ti lascia sorpreso con quell'andamento claudicante in contrasto con un innocente tastiera cosmica a fare da sottofondo.
Dear People ricama complessi pattern ritmici, i glicth sporcano e imbastardiscono, deteriorano, strappano.
Capitale alterna momenti di riposante tranquillità sonica ad attimi di volume vertiginonoso. Un rumore d'assaporare con calma e sincerità.
Loop ripetono il solito scampolo come un nastro visivo che s'inceppa e non puo' che riproporre il solito fotogramma.
Photos In My Window è un mare d'abissale oscurità composto da animaletti veloci e schizzofrenici, saltellanti e maniaci. Biologici scambi di ritmo lasciano spazio a frenetici stomp minimali.
Wooden Piece è una destruttrazione del movimento glitch come non si sente spesso. Scomposizione digitale per attimi freddi e gelidi.
Ulteriori contorni completano un'opera da incorniciare, come tutta la carriera discografica di Aoki. Un'artista fuori dal comune.

Postato da: tmtd a 00:28 | link | commenti |

sabato, 29 ottobre 2005

Antenne: "#2" (Korm Plastics, 2002)

Un mistico miscelare di sensi.
Onirico connubio di generi differenti.
Centrifugare animi, sensazioni, timbri, gocce di suono, particelle.
In concreto siamo davanti alla fusione del dream-pop stile 4AD con un turbine di pulviscoli elettronici.
Astrazione digitale per testoline innamorate.
Combinazione di soffici umori invernali con ambientazioni post-industrial.
Questo è disco è un miracolo..
Un sognante paesaggio desolato, scabroso, disturbante.
Black Eyed Dog ammalia senza freni. E' una cover di Nick Drake ma nemmeno ce ne accorgiamo.
Un sottile tappeto di glitch compongono i primi due minuti. Una timidissima drum-machine inizia a dettare un tempo alquanto strascicato. Con il passare del tempo si fa avanti una chitarra seguita, poco dopo, da un piano struggente. La voce di Marie-Louise Munck ricama tratti di immaginifica bellezza. La colonna sonora per un tempo ormai passato e lontano. Sentori di malinconia trasudano da queste note.
Not Sad lascia a bocca aperta con quel suo procedere lento e oscuro. Un drone invadente, martellante e spigoloso lascia segni un po' ovunque. Una chitarra suonata con toccante sincerità dipinge attimi di pura felicità. Uno strumento a fiato sputa a forza suoni recalcitanti. Leggerissimi bleeps saltellano ovunque. Ancora, Mary, decanta le proprie frustrazioni con parole sincere e sofferenti.
Annex Aug accentua la preponderanza sperimentale e lascia impietriti tra drones rumostici, tastiere cosmiche e glitch che spuntano in ogni dove. Spiriti di metallica essenza imbastardiscono un pezzo già saturo di senso. Un finto abbozzo di melodia vaneggia una parvenza di normalità.
Qua la voce non c'è, ma non serve. Parlano i suoni.
Pura estasi per le orecchie.
La successiva Across the Way è un capolavoro. Accostamento di un ossessionante sostrato di sporcizie sonore e una chitarra tanto normale. Una percussione lontana impone una certa stabilità ma, ancora, un deteriorante incantesimo sonoro si insinua con ostinata violenza. Mary d'improvviso fa la sua apparizione, gettando in aria le sue piccole, sapienti parole. Microscopico viaggio in una corte di un castello abbandonato e in rovina.
Sulla falsariga del precendente, quasi una naturale continuazione, si attesta Dead Dreams. Ancora uno spirito in crisi d'esistenza c'accompagna dall'inizio alla fine. Fiati rimproverano con una scorbutica sequela di timbri sporchi. Rotolanti fraseggi di synth impreziosiscono il tutto, dando un tocco di oscurità. Ancora frasi, verbi, termini, emanati con graziosa delicatezza.
Clearly Wrong s'introduce con un sottile strato di noise pungente, tagliente. Un approccio minimalista e sotterraneo. Ciclici contrappunti di piano fanno capolino. Percussioni d'ogni sorta si diffondono e s'incuneano nei più piccoli interstizi della canzone. Rintocchi di una chitarra sofferente ornano e arricchiscono. Chiudere gli occhi ed immaginare desolate lande, nebbiosi paesaggi, uggiosi pomeriggi in una terra sconosciuta.
Concludiamo con la fosca ballata aliena a nome Sun Walk.
Tastiere immerse in una mare di spazio compongono un' atmosfera riposante, sognante. Infinitesimali battiti provano a dare una sostanza alla melodia ma non c'è niente da fare. L'instabilità regna sovrana.
Giunti, infine, al termine ci si lascia alle spalle un'esperienza fuori dal comune. Emozioni strabordanti e intense. Da godere attimo per attimo senza lasciare niente al caso.

P.S. Uscirà, tra poche settimane, un EP con remix di Opiate, Freiband, Monotonos, Manual e Dub Tractor.

Postato da: tmtd a 01:02 | link | commenti |

giovedì, 27 ottobre 2005

THE SABRES OF PARADISE

Il maggior complesso di musica sperimentale elettronica mai esistito in UK.
Andrew Weatherall e il suo genio esplodono in un turbine di creatività fuori dai limiti dell'immaginabile.
Lande sonore morbose e nebbiose. Battere ammorbante e alieno. Suono metallico e scorticante. Movimenti scomposti e innaturali. Sciabordio dissonante tra due oggetti rumorosi.
Giungle dove balli sciamanici vengono consumati con delirante spostamento d'aria.
Nato a Windsor, Andrew, s'impone già da subito come un DJ fantasioso e poliedrico. Riesce a mescoalre tendenze trance-techno, dance trasfigurata ed un gusto trip-hop. Il gruppo viene arricchito dalle sapienti mani d'altri due genietti della scena come Jagz Kooner e Gary Burns.
Dopo la pubblicazione dell' EP d'esordio Smokebelch II (anno 1993) esco il miracolo di disco che è Sabresonic. Non c'è scampo.



Sabresonic (1993, Warp)

Una sequela di ritmo.
Miscela turbinante di pattern timbrichi ossessionanti, claudicanti, deterioranti, distruttivi.
Non c'è tregua davanti a un'opera simile.
Still Fighting è una catalessi dance con contorni techno.
Contrappunti tribali lasciano spazio a una cassa precisa e puntuale. Esplosioni di suono implodono su loro stessi lasciando una scia di rumore a seguire.
Smokebelch I è un sotterraneo inno al movimento.
Una base percussiva imbastardita fa da contorno a un ondeggiante synth che sa di catastrofe. Un delay si fa spazio e spacca in due la struttura. Rimbombanti percussioni spostano l'aria e la immobilizzano. Una tastiera dal sapore cosmico par decretare un' (apparente) tregua.
Ciclico battere di un orologio processato da una macchina aliena nella successiva Clock Factory. Orrorofica suite per una notte scura, nera, cattiva, maledetta. Si rimane completamente basiti davanti a questi 14 minuti di pura perfezione. Non c'è un attimo di pausa, se non alla fine.
Rintocco programmato e minuzioso. Sciabordate di synth completamento slabbrato. Complessi intrecci di tastiere in loop. Senza parole.
Anno Electro (Andante) è un altro capolavoro di destrutturazione elettronica. Complicati amplessi di drum-machine, tastiere, puntigliosi contrappunti digitali, aria cosmica, umore spaziale.
Ancestrale composizione per un ballo primitivo e incontrollabile in R.S.D..
Sapori hard-core in Inter-Lergen-Ten-Ko. Qua si punta sul ritmo senza vie di mezzo. Un colpo dopo l'altro sono come un cazzotto in pancia, senza soccorso. Coltellate al costato e dissonanti pugni danno dolore.
Sovente un baffo di synth impreziosisce un (altro) pezzo perfetto.
Con Anno Electro (Allegro) siamo sempre a livelli altissimi, nell'olimpo. Sette minuti abbondanti di scarnificazioni dance e palpitazioni di un cuore malato come non mai.
Finale onirico e molto pacato nella sfrigolante e glitch-osa Smokebelch II.
Capolavoro da ricordare negli anni avvenire. Influenza una miriadi di artisti e/o gruppi e lascia un segno indelebile nella storia della musica tutta.
Il successivo se vogliamo è pure meglio. Forse più coraggioso e pazzoide.



Haunted Dancehall (Warp, 1994)

Colossale monumento.
Abissale mare di innovazione.
Montagna invalicabile e scabrosa.
La coppia ubble and Slide I & II unisce un certo gusto di sperimentazione con un sapore ritmico sempre assillante e appiccicoso.
Suoni provenienti da chissà quali macchine e/o marchingegni.
Una coppia indivisibile che viaggia in un mondo spaziale e infinito. Stelle sovente solcano la strada che porta alla meta. Un lido immaginifico e sconosciuto.
Duke Of Earlsfield è la colonna sonora per un viaggio intorno alla galassia con meteoriti che sbattono contro il nostro involucro celebrale.
Pulsanti bleeps, rumori prolungati, acusticità variegate, rumoroso battere di una cassa deformata fino all'esasperazione.
Entrando con cautela nelle viscere dei due minuti di frustrazione sonora di Flight Path Estate, fino al trip-hop spaziale di Planet-D, attraversando, con precauzioni nulle, quel dondolante esempio di mutant-dance che è Wilmot.
Ululante vociare di una sirena si unisce a un rutilante muoversi di un rullante dalle sembianze poco chiare. Una chitarra (ma sarà davvero lei?) detta un tempo strascicato.
Theme e Theme 4 sono altre due gemmine rilucenti di splendente raggi color oro. Ulteriori trovate elettro-(so)niche impreziosiscono un'opera fuori dal normale.
Return Planet to Planet D è come inoltrarsi in una palude nebbiosa e melmosa. Uno scriocchiolare sotterraneo viene schiacciato d'acquosi suono digitali e synth svolazzanti.
Stomp e schiocchi, folate e sciabordate. Ballad of Nicky McGuire è tutto ciò ed anche di più. Ancora un trip metallico e soffocante. Tripudio di sensi.
Proseguendo con la puntigliosa e scorbutica Jacob Street 7am arriviamo alla danza luciferina della penultima Chapel Street Market 9am.
Concludendo con la disturbante e rumorosa title-track il disco finisce ed è straniante tornare al silenzio dopo un abisso scurissimo.
Per onorare questa coppia di lavori dovremmo costruire una discoteca in una landa isolatissima, mettere un pirata con un coltello conficcato nelle orecchie come insegna e ballare per 10 giorni sotto la luna. Senza tregua.

Postato da: tmtd a 07:54 | link | commenti (2) |

mercoledì, 26 ottobre 2005

FRIDGE

Suoni freddi, glaciali.
Pulsazioni cardiache attanagliate da una morsa soffocante.
Miscelare un sapore tutto post-rock con un gusto elettronico invidiabile.
Mettere insieme in parti uguali una certa scena indie chitarristico-strumentale e sapienti pulsazioni azzardatamente techno.
Non c'è limite alla fantasia.
Ne esce un connubio che negli anni s'è fuso in suono personale, particolare, significativo, esuberante, straordinario.
I componenti della band sono: Kieran Hebden (chitarrista), Adem Ilhan (bassista) e Sam Jeffers (percussioni).
Chi non lo sa il suddetto Hebden è proprio il folletto folktronico del nuovo millenio a nome Four Tet.
Dopo e durante il completamento degli studi i Nostri iniziano già a registrare qualche scampolo sonoro, senza grossi impegni discografici.
Soltanto dopo quache anno, attraverso un amico in comune, Trevor Jackson, riescono a pubblicare il loro primo singolo sulla Output.
Il suddetto si chiama Lojen realizzato nel 1997 quando ancora i ragazzi sono degli adolescenti.
Incoraggiati dall'uscito del suddetto EP riescono, sempre nello stesso anno, a farne uscire ancora un'altro dal nome Anglepoised.
La coppia di EP dimostra una certa immaturità ma il suono di fondo mostra una fantasia straordinaria nel conglobare un marea di influenze senza risultare calligrafici ne pedanti.
Siamo alla prima prova lunga ed è già un sogno ad entrare nelle nostre orecchie.

 

Ceefax (Output, 1997)

Un certo senso di smarrimento al cospetto di quest'opera prima.
Dieci perline grezze e martoriate. Screziate, sporche, luride.
Dopo il minuto di canonica introduzione (edm) partiamo con Helicopter.
Andirivieni di un tape-loops ondeggianti, sciabordio metallico, pulsare di una chitarra, putridi pulviscoli sonori.
Improvvisazioni per caverne poco illuminate.
Effetti sci-fi, organi farfisa in crisi epilettica, tastiere dondolanti, grooves sotterranei.
Un eclettico immergersi in un mondo fatto di suoni cesellati con attenzione, precisione e inventiva.
Tricity unisce un certo suono Tortosie con drones, glitch e sporcizie varie. Lo stato embrionale di un attitudine sonora che si svilupperà 4 5 anni dopo.
Moore Eh 4-800 sono 11 minuti di completa catarsi sonora. Il ritmo parte da pacato e timidamente cresce d'intensità, fino ad arrivare a picchi di trascinante frenesia e pathos. Contorni timbrici per un ventilato pomeriggio d'autunno.
Intramezzino con uno scorcio di musica jazz in loop. Non a caso il titolo è Jazz-loop.
Traversiamo una landa tintinnante e rumosa negli scorci eterei di Robots In Disguise, lasciamo il cuore davanti al progressivo squagliarsi del ritmo di Oracle.
Capolavoro del disco è edm3. Dub strapazzato, drones alieni, chitarra ciclica, drum-machine metallica ed industriale. Completa (e)stasi per le nostra percizione. Non c'è da chiedere meglio da un esordio.
La finale Wan è (ancora) uno splendido esempio di come sia possibile mescolare a piacere generi all'apparenza incomunicabili, ottenendo un risultato strabiliante in termini di qualità ed inventiva.
Siamo alla genesi del loro genere, fondamentale per comprendere i successivi sviluppi, durante la loro carriera.
Onesto, emozionante, umile, coraggioso.
Il successivo EP, Lign, li catapulta anche nel mondo radiofonico ed è un discreto successo commerciale, rimanendo per qualche settimana in chart, nel 1998.
Il secondo album puo' essere considerato la vetta assoluta della loro produzione.

 

Semaphore (1998, Output)

Viene effettuata una mirabile evoluzione e si sente immediatamente dalle prime note.
Furniture Boy ha un piglio claustrofobico e molto meno sbarazzino rispetto agli episodi precedenti. Un synth scurissimo ricama sinuosi disegni sonori, svariati bleeps tratteggiano piccolissimi segni, un andamento lento, lentissimo ci lascia a terra senza pietà. Strabiliante.
A Slow è un più canonico quadretto indie-rock che non dispiace.
Motobus è un capolavoro dalle fattezze spezzate ed incomplete. Splendente battito meccanico accostato ad un ciclico suonare della chitarra, uno sfrigolante drone imbastardisce senza riguardo alcuno.
Teletexed è molto pacata e distesa. Cosmici esserini sonori veleggiano un cielo vastissimo, uno strumento a corde effigia schizzi dal sapore stellare.
Chroma ritorna sulla terra e propina un pezzo dal sapore più classico ed ancora non lascia che un sapore dolcissimo in bocca.
Claudicante andamento per una notte difficile da passare in solutidine in quel estenuante accostamento di sax-chitarra-drones che è Lo Fat Diet.
Passando per la sferzante Swerve and Spin, attraverso la sorniona e ponderante Curdle, concludendo con i 20 secondi di Lign arriviamo al capolavoro del disco.
Stamper fa la sua comparsa con una drum-machine regolare quanto lo zampillare di una fontanta secolare, la chitarra elargisce accordi puntuali e precisi, un sottofondo sporco e putrido lascia impietriti.
Si conclude con la divertente There is no try e l'onirica Micheal Knight.
Un'esperienza imprescinbile per chi vuol parlare a ragione riguardo una certa scena descritta precedentemente.
Nello stesso anno, visto la carriera prolifica del loro componente più famoso e una certa notorietà in campo indipendente, la Output se ne pensa bene di uscire con un raccolta.

 

Seven's and Twelves (Output, 1998)

Tutti i pezzi rimasti fuori dai dischi, piu diverse versioni alternative compongono un gioellino da carpire, scoprire, consumare nei suoi angoli più nascosti. Bellissimo il package.
Non si fermano nemmeno un anno e nel 1999 esce il terzo disco da studio.

 

EPH (Go! Beat, 1999)

Perfetta continuazione di un suono che sa già di storia.
Strabordante capacità di rinnovarsi.
Purtroppo, questa evoluzione riguarda soltanto alcuni specifici pezzi, mentre il resto disco risulta un po standardizzato.
Ma in questi casi questo processo non puo' che piazzare frammenti di bellezza cristallina.
Ark, Aphelion, sono un acquoso ritmo contagioso, come le più corte, ma non meno incisive, Meum e Tuum.
Esiste una versione alternativa di EPH (uscita su Temporary Residence), chiamata EPH:Reissue (2CD) che è, come si intuisce dal nome, una ristampa con vari remix e roba simile.
Questa la copertina:

 

Passano alcuni anni di pausa ed nel 2001 arriva l'ultimo lavoro, per ora, pubblicato.

 

Happiness (Temporary Residence, 2001)

Siamo nei paraggi di una certa sperimentazione incentrata su un'acusticità deformata ed un improvvisazione talora intrigante.
Gli spasmi chitarristici lasciano il posto a strumenti dei più disparati, senza esclusione.
Per ogni pezzo ci dicano anche cosa suonano. Simpatici, vero?
Melodica and Trombone sono 6 minuti di improvvisazione carina che non stanca e lascia un punto interrogativo dal sapore dolciastro nella nostra testa.
Drum machine and Glokenspiel è un gemma dalla perfezione intrinseca incentrata nel suo battere cosmico, ricoperta da una patina scintillante e lucentissima.
Cut-Piano and Xylofone è straniante con i suoi loops di natura umana. Deterioranti contrappunti che si centrigufano a vicenda, scoppiano, ciclano, si rigenerano a vicenda.
Noise sottile e tagliente nella successiva Tone Guitar and Drum Noise. Un rumore affilato divide in due lo spazio sonoro senza una qualsiasi precauzione. Squarcia silenzi e distrugge la pace. Schifezze d'ogni sorta compongono una traccia alquanto inedita, per il loro repertorio.
Five Four Child Voice è un piccolo flashback stilistico con quel piglio sbarazzino e solare.
Sample and Clicks è un vero pezzo glitch. Un tappeto di errori diverte, una tastiera straziata impreziosisce, svariate intromissioni digitali destabilizzano un pezzo perfetto.
Drum and Bass Sonics and Edits compone una marcetta per un esercito di malati terminali, Harmonics è un interessante congiunzione tra un certo stile acustico e le solite manipolazioni meccaniche.
Pezzo simbolo del disco rimane Long Singing.
Una struttura quasi indie-folk viene completamente ribaltata da un sostrato formato da una drum-machine interstellare, un synth perforante ed una marea di click appena percettibili.
S'arriva alla fine trasportati dalla frustazione sonora della penultima Surface Noise and Electric Piano e dalla centrifuga glitch-indie-rock della conclusiva Five Combs.
Una carriera sorprendente e fuori da ogni catalogazione.
Potete anche partire da un qualsiasi disco e capitereste in un'opera meritevole.
Non lasciatevi scappare questi solchi del nostro mondo chiamato musica. Sarebbe un torto imperdonabile. Buon viaggi verso lidi (s)conosciuti.

(*) Qui il sito ufficiale.

Postato da: tmtd a 00:44 | link | commenti |

lunedì, 24 ottobre 2005



Mori Ogai: "Gan (L'oca selvatica)"

Profonda analisi di un semplice funzionario governativo ed artista di successo.
Patina superficiale utile a nascondere i veri intenti dell'autore che sono quelli di descrivere la quotidianità minacciata dalla dimensione oscura e "notturna" dell'uomo, l'eccessivo rigore morale e la presa di distanza dalla realtà, sempre in procinto di mutarsi in gelido vuoto dei sentimenti.
Non sono ancora alla fine ma gia' ne rimango abbagliato.
Fortemente consigliato.

Postato da: tmtd a 19:22 | link | commenti |

domenica, 23 ottobre 2005

Kazumasa Hashimoto



Appartato musicista giapponese che ricopre le nostre solitarie giornate con composizioni in disparte, isolate, fredde.

 

Yupi (Plop, 2003)

Solare intromissione di dolcezza cotonata.
Sensazioni che ci trasportano in nuovo mondo, trasportati dalla soffice esistenza di Encyclopedic Landscape, straniati dal puntiglioso starnazzare di un suono d'altri tempi di Noaro, traslati a migliaia di chilometri da dove risediamo dalla catastrofe cosmica di Synapse.
Carune è un onirico sprofondare in una giungla fatta d'animali, flora rigogliosa e suoni casuali.

 

Epitaph (Flyrec/Mochi Mochi, 2004)

Minimali fraseggi di un piano scordato, distrutto, lasciato al suo destino.
Uno svolazzare impertinente d'anime sonore schizzofreniche.
Registrazioni per nottate scure, buie, solitarie.
Colonna sonora per una stanza in cui lo spazio è ridotto a una (sola) particella d'ossigeno.
Tratteggi sonori piccoli e perfetti quanto un atomo.
Timbri minuscoli e precisi, emozioni timide e sornione.
Beginning è un piccolo bozzetto di un minuto abbondante in cui un piano è sovrastato da una centrifuga interstellare di variegati suoni digitali.
In Echomoo sembra di sentire la versione glitch dei Rachel's.
Click & cuts sovrapposti a una partitura pianistica di indubbia bellezza.
1' è oscura e bastarda. Cresce esponenzialmente il pathos e raggiunge il culmine in un turbine di vociare umano, stramberie meccaniche ed archi martoriati.
SLD è un capolavoro di fantasia compositiva. Con il suo andamento claudicante, lascia più di un sorriso. Xilofoni, tastiere e intromissioni elettroniche contribuiscono a creare un atmosfera avvolgente.
Pare di sentire la versione jappo di una b-sides dei mùm.
Eama Gene sono sette di minuti di frustrazione sonora. Fiati a bassa fedeltà, drones, percussioni vere, infinitesimali rintocchi si ripetono con ciclicità puntuale.
2' ricalca la struttura di 1' aggiungendo un sax dalla natura sconosciuta.
Pulcinella (!!) è (ancora) un gioellino di out-pop. Il piano è lo strumento dominante con il suo procedere recalcitante. I piccoli tocchi vengono destabilizzati da disturbanti errori che impreziosiscono un pezzo praticamente perfetto.
Tormenti mentali decantati da una voce robotica in 3'.
La title-track è un miscuglio splendente tra l'animo indie-wave alla Piano Magic e un vago sentore di colonna sonora.
4' sono i Matmos in una camera a gas con una pressione insostenibile da sopportare, Ending è un toccante pezzo composto da una chitarra, delle parole e da un contorno dal sapore di tradizione.
Disco intimo, a se stante, sinuoso.

Due opere fuori da ogni definizione esistente.
Basta ascoltare per goderne. Senza parole.

Postato da: tmtd a 18:05 | link | commenti |

sabato, 22 ottobre 2005

Ecco la mia jappo-week:
Aiko Shimada "Blue Marble" (Cool/10)
Ayumi Hamasaki: "A Song For XX" (/10)
Hitomi Yaida: "I-Flancy" (7)
Mai Kuraki: "Fairy Tale" (7)
Yumi Matsutohya: "Wings of Winter" (7)
Miho Komatsu: "Source" (6,5)
Hikaru Utada: "First Love" (7)
Hikaru Utada: "Exodus" (7,5)
Hikaru Utada: "Deep River" (7)
Takako Matsu: "Home Grown" (6)
Tujiko Noriko: "From Tokyo To Niagara" (8)
Hajime Yoshizawa: "Violent Lounge" (7)
Yuki: "Commune" (6)
Mai Kuraki: "If I Believe" (7)
Maaya Sakamoto: "Nikopachi" (9)
Mari Iijima: " Silent Love" (7)
Mihimaru Gt: "Mihimarhythm" (6)
Takeshi Muto: "Nouveau Dossier" (7)
Yoshikazu Iwamoto: "Spirit Of Wind" (7)
Shizukusa Yumiko: "Hana Kagari (Japan Version)" (8)
Aoki Takamasa: "srd. / a short break remix" (8)
Arai Akino: "Furu Platinium" (7)

Ora il resto:

Portable: "Version" (7)
Flim: "Holiday Diary" (/10)
Slowblow: s/t (7)
Kreidler: " Eve Future Recall" (7)
The [Law-Rah] Collective: " Isolation" (8)
O.Lamm: "My Favourite Things" (8)
Alva Noto & Opiate: "Opto Files" (6)
Augur: "The Envy of Winged Things" (7)
Autodigest: "A Compressed History of Everything Ever Recorded, Vol. 2" (4)
Aidan Baker: "Ice Against My Skin" (7)
Blectum from Blechdom: "Fishin' In Front Of People" (7)

Postato da: tmtd a 21:35 | link | commenti |



Un miscuglio di emozioni scaturiscono da queste, semplici, dolorose pagine.
Mi ritrovo a leggere numerose volte di seguito il solito frangente. Mi perdo in queste righe e non riesco a rientrare nel mondo reale.
Immagini offuscate da una malinconia e un pessimismo ammorbante.
Colori, contrasti, ossessione, violenza, cattiveria.
Ogni racconto, uno dopo l'altro, mi entrano dentro senza pietà.
Una centrifuga di situazioni grottesche, inimmaginabili, soffici, deliranti, sferzanti.
Poesia per occhi limpidi. Parole pure e fredde, reali. Vento doloroso entra nei miei polmoni.
La capacità di evocare emozioni contrastanti, opposte, nel giro di poche righe.
Fermezza nel raccontare vite di persone apparentemente normali.
Samurai, nobili, pittori, ladri, assassini. Senza esclusione di ceto sociale. Ogni angolo dell'animo umano viene analizzato con precisione e sincerità.
Non ci sono ulteriori parole per descrivere una simile raccolta di capolavori.
Chapeau.

Postato da: tmtd a 21:29 | link | commenti |

giovedì, 20 ottobre 2005




Ayumi Hamasaki: "A Song For XX"

Gli occhi a mandorla sorprendono ancora.
Pop per la calma pacifica dei giorni soleggiati.
Canzoni leggere come bollicine di sapone.
Rabbrividisco davanti alla glacialità di un pezzo come la title-track. Gorgheggi di synth, archi campionati raggiungono vette inimmaginabili, voce nasale e celestiale. Un leggero senso di felicità mi lascia un sorriso.
Mi faccio trasportare dal mood frizzante e allegro della j-pop-song perfetta di Hana. Base percussionistica leggera, spumosa. Un cantato appena accennato disegna sinuose circonferenze nell'aria, come una farfalla al suo passaggio.
Friend è un altro piccolo gioiellino risplendente di propria luce. Xilofoni in sottofondo tintinnano, un ritornello azzeccato convince senza ripensamenti. Cori lontani impreziosiscono.
Friend II ha un piglio più movimentato e sembra di sentire i profumi di una battaglia tra samurai, in un prato ricoperto da petali di pesco. Emozionante.
Poker Face ricama ritmi disco-house-pop con fermezza cristallina. Archi sontuosi lasciano spazio, sovente, a una tastiera saltellante. Chitarre, con le loro distorsioni, disturbano oltremodo.
Wishing abbatte le barriere della mediocrità pop. Melanconico andamento per notti tristi. Frasi cantate con il cuore in mano, un giapponese snocciolato con apparente sentimento. Chitarra vagamente folk, acusticità variegate, piano toccante.
Passando per le trame sbarazzine e solo apparentemente scontate di You, arriviamo ad As If con il suo andamento etno-disco-rock.
Powder Snow è un capolavoro di sofferenza. Un organo straziante lascia una nota veleggiare per tutto il procedere. Sudate parole decantano lacrime d'altri tempi. Piano da un senso di swing appartato al pezzo.
Richiami chiaramenti orientali vengono evocati dallo spaccato di brillantina bellezza che è Trust.
Schizzofrenie da discoteche situate in un lago sotto il sole di Signal, amore per le tonalità pacate di For My Dear...
Il disco procede con calma toccante. Non c'è niente fuori posto.
Verrebbe da dire: perfezione pop. Non mi azzarderei mai. La perfezione non esiste. Ma, qua, ci siamo vicini.

Postato da: tmtd a 21:23 | link | commenti |