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ZAVOLOKA
Kiev, 1981. Nasce lei:

Kateryna Zavoloka (in arte Zavoloka) è una delle artiste di musica elettronica inusuale più interessanti e geniali (sì, lo posso dire) degli ultimi anni.
Con la coppia di dischi da lei licenziati è arrivata ad effigiare un immaginario di musica disturbata ma dolce e tenera al tempo stesso.
Cincagliere glitch, rumorini, clip and clap, campionamenti vocali, strumenti acustici resi irriconoscibili da un trattamento indecoroso.
Un po' di AGF per la sperimentazione sulla voce, un po' di musica astratta dal sapore avanguardistico e un tocco di glacialità, proveniente dalla fredda terra in cui è nata, l'Ucraina.
Il primo, immaginifico, disco è questo:

Zavoloka: "Plavyna" (Nexsound, 2005)
Un disco che sembra un involucro misterioso, una patina scurissima avvolge il contenuto e non possiamo sbirciare, possiamo solamente ascoltare i rumori che emana.
Ci immergiamo tra momenti distesi e leggermente fastidiosi, frangenti di disturbante rumorisità, particolari definiti con certosina precisione, dettagli colorati come la scia che lascia una stella in cielo.
Se Maliovani Jafyny (Painted Berries) pare un qualcosa di miracoloso, tra flussi sonori sfasciati e ricomposti, girandole sonore di fiammante velocità, tintinnio e sciabordio, Ronkova è una musica ambient distrutta e processata, influenzata da suoni sprigionati con decisione, un marasma timbrico che pare una lotta fra comete lucenti.
Dzerkalo (Mirror) rappresenta una dei traguardi della musica concreta che si ibrida con qualcosa chiamato droning.
Sinusoidali fantasmi di agghiacciante apparenza si aggirano con movimenti quasi aggraziati, dei tocchi metallici sono delle scale di ferro arrugginito che penano sotto il peso di un passante, un rimbalzare frenitico sembra un flipper impazzito, fuori fase.
La title-track è altrettanta compiutezza, par di sentire un motore a scoppio preso a martellate e lasciato sfogare, fino alla morte, Kosytsia (Little Flower) è una distesa sonora, una giungla apparentemente calma ma pronta a sfregiare il silenzio con contrappunti dolorosi.
Kolyskova (Hushaby) è un sibilo sottile quanto la ragnatela di un ragno, un filamento che viviseziona il nostro senso di percepire suoni, Teche Voda Ledova (Cold Water Flowing) scherza con un flauto, deridendolo, cioè circondandolo di sporcizie quantomai gradite.
I due bozzetti a margine (Gora (Mountain)Lyshtva e (Lyshtva Embroidery)) confermano, se ce n'era di bisogno, l'assoluta preziosità dell'opera, collocata e riconosciuta come non-plus-ultra di un certo filone.
Da far presente come il materiale in questione sia in circolazione già da qualche tempo (un paio di anni, se non sbaglio) e come sia già stata segnalata (ed imitata, vedi sanso-xtro) come punto di riferimento.
Il suo album successivo, Suspenzia, è stato pubblicato sia nel 2003, sia quest'anno, con lo stesso nome.
I pezzi sono all'incirca gli stessi, ma nell'opera più recente sono presenti alcuni inediti imperdibili.

Zavoloka: "Suspenzia (MP3)" (Nexsound, 2003)

Zavoloka: "Suspenzia (CD)" (Nexsound, 2005)
Si inizia con il tritacarne sonoro della title-track. Momenti di pura stasi sono alternati a istanti di pura catastrofe, tra sciabordio metallico e un groove che pare avere una certa regolarità. Tastierine che sembrano emanare note strappate sono colori che scintillano, par di sentire una drum-machine, con il suo vagito infantile e soppresso.
Riznovoid è silenzio e rumore, rumore e silenzio che si ibridano con passione e amore, sciabolate di noise appaiono in maniera istantanea come un flash visivo, scariche elettrostatiche sono il lamentarsi di una macchina in via di distruzione.
Liz Po Antonio è la coda della precedente, tra una suono che pare una sirena, tintinnio digitale e goccie di rugiada che cadono da una foglia, Proza è frastuono e fracasso, scontro di praline puntigliose, baccano computerizzato, un diavolo robotico che starnazza senza senso.
Nathnennia è più giocattolosa, gli animi si fanno più delicati e i suoni scivolano con calma e pace, si fa sentire una vocina bambinesca, un neonato alieno che sussura parole sconnesse. Flussi sonori si scontrano, corrono fianco a fianco, cambiano direzione e si sfasciano a vicenda.
Laktoribka è un viaggio spaziale, tra comete che sfilano veloci, resti microscopici che svolazzano felici, luci in lontananza brillano. Lij non fa che descrivere questo diario di bordo, in una fantascentifica nave che veleggia una galassia sconosciuta.
Le fiabe di Lio Frodo e Siayati sono pettirossi che volano, una cascata di acqua che si infrange su massi arrotondati e lisci e i suoni della natura che paiono distorti da un vento tagliente.
Se Yagliza è offuscata da spore velenose e accecanti, quasi un proto-ambient ombroso, Jattuja è foschia composta da rumore e suoni scomposti, baccano meccanico e meccanizzato.
Hintintin è una cantilena più posata e abbordabile, un finale che calma i sensi e desta il nostro spirito dolce e romantico.
Tra poco uscirà il suo nuovo disco e sarà il solito quadretto colmo di tinte vivaci e oscure, tratti decisi e circolari, un paesaggio lontano e sconfinato.
Ossessioni della settimana
Antenne: "#1" (7,5)
Antenne: "#2" (8)
Sono impressionato dalla commistione stilistica di questo duo tedesco.
Dream-pop etereo, sognante accostato a trattamenti digitali che sfociano sovente in vera musica astratta. Fuggenti schizofrenie elettroniche si accostano a una voce carismatica, sulla scia di una Beth Gibbons o una Elizabeth Fraser. La ragazza in questione si chiama Marie-Louise Munck.
Il responsabile della musica è Kim Gunther Hansen.
Di #2 ne parlai qua, #1 è leggermente più elettronico e distesto, due mondi coniugabili chiudendo gli occhi e socchuidendo la bocca.
Questo è il loro sito ufficiale.
Momus: "Hippopotamomus" (8)
Momus & Anne Laplantine: "Summerisle" (7)
Momus: "Otto Spooky" (7)
Momus: "The Philosophy Of Momus" (9)
Quanto è geniale questo tiziaccio qua.
Destrutturazione pop, pazzia elettronica, gusto dada e un sacco di fantasia commutata in genialità compositiva.
Strumenti acustici ricoperti, contornati da spezzettamenti digitali.
Dal suo ultimo gioiellino "Otto Spooky", fino alla summa della sua musica, nella raccolta "The Philosophy Of Momus", un capolavoro immortale.
Ah, ama il Giappone e ci vive pure. Non puo' che avere tutta la mia stima.

Niobe: "Radioersatz" (7)
Niobe: "Tse Tse" (7)
Niobe: "Voodooluba (8)
Ed ecco una scultrice del suono perfezionista e minuziosa.
I suoi bozzetti sono fatti di calore, amore e sensualità.
Registrazioni concrete e disturbi elettronici, mantra ambient e amore per la musica concreta.
Il suo ultimo disco è una stella che viaggia da un pianeta all'altro, splendendo in ogni cm del suo viaggio.
Artista Jappo della settimana
Nami Tamaki: "Make Progress" (7)
Nami Tamaki: "Get Wild" (7,5)
Nami Tamaki: "Fortune" (7)
Nami Tamaki: "Greeting" (7)
I suoi occhi vispi, la sua voce, le sue parole emozionanti.
Le bombette house-pop, il marasma strumentale, le convulsioni vocali, tastiere vintage e tanti suoni digital-zen.
Reason è una delle canzoni della mia vita, e non poteva essere altrimenti.
Disco Techno della settimana

Mathias Schaffhäuser: "Lido Hotel"
Micro-house, stomp repressi e grooves sommessi.
Mathias è degli scolturi di musica elettronica più geniali degli ultimi anni, i suoi dischi hanno un tocco particolare, non lascia mai interdetti nè con il gusto amaro in bocca.
Nei pezzi cantati sono presenti, in sequenza: Antye Greie (AGF), Donna Regina e Unknown Trooper.
(7,5)
Sorpresa della settimana
Zan Lyons: "Warring Factions" (8)
Zan Lyons: "Desolate" (8)
Attenzione, prego. WARNING!
Questo tizio qua ha fatto due dischi proprio fantastici.
Campionamenti di musica classica, broken beat, saltellamenti IDM, fraseggi di pura genialità compositiva. Non c'è limite di catalogazione per questa musica, non c'è un attimo di tregua ed ogni nota rifugge da un'inquadrazione precisa.
Mi rendo soltanto conto che le sue opere sono dei mezzi capolavori.
Etienne De Crecy: "Super Discount" (Different, 1997)
Questo disco è perfezione house, destrutturazione dance e sperimentalismi come se piovesse. Insieme a Tempovision sono due lavori fondamentali quanto l'aria che respiro.
Le Patron Est Devenu Fou ! (The Boss Has Gone Mad) è il funk che si ibrida con l'house, il dub che intorpidisce il ritmo, battiti interstellari e vocine leggiadre.
Liquidation Totale è un marasma chitarristico molleggiato con il sostrato di synth spumosi, Destockage Massif (Massive Stock Clearance) spumeggia e detta un tempo sconclusionato, Tout Doit Disparaître (Everything Must Go) campiona voci e spezza il ritmo, distrugge la tempovisione che sta arrivando da lì a poco.
Il remix di Soldissimo è lounge e dilunganto, molto ambientale.
Etienne, sei dio. proprio un dio in terra. che qualcuno ti benedica.
Corsican Paintbrush: "Lichens & Moss" (Foxglove, 2005)
Un album che sa di tradizione e notti gitane, un'alba pare avvicinarsi, il fuoco crepita.
Un folk arioso e splendente, note di chitarra, banjo, ukelele, glokenspiel, un'orgia acustica (ri)crea l'atmosfera giusta per una passeggiata in un deserto oscuro.
Bones Of Ash inizia con una fisarmonica deformanta, accordi distanti e rimbalzanti, piccoli rumori silenziosi, un suono particolare imita lo strisciare di un serpente a sonagli.
Ancient Artifacts è un country forsennato, i suoi accordi paiono rock ma si sciolgono e si acquietano, lasciando al silenzio note distese e distensive.
Ritualistic Dances Of The Sunbathing Shivas è molto intima e appartata, pochi suoni e pochi strumenti, cioè l'essenziale per effigiare un paesaggio desolato e offuscato, un vento leggermente movimentato ci scosta. Campanellini tintinnanti annunciano l'arrivo di un avvenimento inaspettato.
Great White North è un'altra stellina avant-folk, tra accordi chitarristici sconclusionati e fuori posto volutamente, vetro percosso con delicatezza, suoni metallici, un'aria mista a sabbia, una cittadina tra le montagne.
Affascinanti i coraggiosi sperimentalismi strumentali di Lanterns e Beholds The Elderberry.
Mistico e ancestrale.
Sennen: "Widows" (2005)
Un misterioso ibrido tra post-rock etereo e tentazioni pop.
Gli intrecci chitarristici sono colorati e flebili, la voce è appena sussurrata, le percussioni effigiano un tremendo ritmo ossessionante.
Rumori di sottofondo sono screziati e puntigliosi, gli accordi si susseguono con regolarità sistematica, lancinanti accellerazioni sono pura adrenalina e puro piacere.
I Couldn't Tell You è bella da far male, con il suo piglio malinconico, saturare i sensi con parole tra una sofferenza malcelata e un accenno di sorriso. Il tutto s'intreccia creando un'atmosfera sognante, magica.
Laid Out coglie il lato più sbarazzino, con un indie-pop frizzante (sembra di sentire i Field Mice), All The Time sono gli Explosions In The Sky in una camera troppo piccola e troppo asfissiante per contenere quei timbri, One and The Same Thing è roboante e elettrica.
Title-track d'eccezione. Tra drumming incalzante e note pungenti quanto le spine di una rosa malefica. Il ritmo cadenza note sconclusionate, gli strumenti si inglobano a vicenda ed esplodono, senza linea di continuità.

Fantastico. la prima parola che m'è venuta in mente dopo la visione.
tubature vuote, bottiglie d'acqua ovunque, si consiglia di bere soltanto il succhio d'anguria, la nostra coppia innamorata continua a cercare acqua.
la celebrazione della falsa pornografia è un tema centrale del film: dall'anguria spaccata all'inizio, con quel piacere talmente finto da sembrare vero, dal sesso meccanico del finale, in cui l'attore si libera dal non-rapporto sessuale, sfogando il suo piacere nel corpo della sua amata. Questi due frangenti (posti volutamente all'inizio e alla fine) sono il quadramento di un cerchio riempito di genialità e sfacciataggine.
le ossessioni tipiche del cinema orientale (e sopratto taiwanese), cioè solitudine, comunicazione impossibilitata, il sesso come soluzione definitiva di liberazione, ultima misura per creare contatto tra due corpi sono pienamente rappresentate.
i siparietti musicali sono pura compiutezza. da segnalare quella nei bagni pubblici, quando il personaggio interpreta il pene, con le donne che lo rincorrono con pericolose ventose e fanno coreografia perfino con la carta igenica. pazzesco e impressionante.
nel complesso viene confermata la straordinaria coerenza stilistica del regista (la morbosa capacità di tratteggiare le ossessioni di esseri relegati a spazi angusti e limitanti, facendo uso di dialoghi sparuti e mescolando generi), il saper rappresentare la verità (la vita, in definitiva) senza fronzoli, senza provocazioni banali ne scontate. un vero cinema per rappresentare la verità.
Quando si parla di pornografia in genere si fa confusione semantica tra l'oscenità rappresentata e l'oscenità della rappresentazione: qui siamo nel primo caso, sia perché un personaggio è un attore hard, sia perché la voracità sessuale sembra essere l'ultimo istinto di vita in un mondo senza senso. Ma stiamo attenti a non confondere il cosa con il come.
Non per tutti i gusti ma fondamentale.

The Lappetites: "Before The Libretto" (Quecksilber, 2005)
Quattro “donne” dai background differenti s’ingegnano per creare suoni adatti a un mondo oscuro e meccanico.
Elaine Radigue è stata allieva di un certo Pierre e nella sua vita ha sempre cercato di creare un connubio estetizzante tra suoni ed immagini. Le sue performance sanno di avanguardia quanto di innovazione elettronica e sono piacevolissime. Tra le sue opere da segnalare “Kyema” e “Jetsun Mila”. Due lavori caratterizzati da un approccio isolazionista, un continuo distruggersi d’una melodia creata per essere uccisa.
Kaffe Matthews è una delle artiste più attive nell’ambito dell’elettronica applicata alle immagini, dimostrando appieno le sue capacità nelle performance dal vivo. Negli anni è riuscita a trovare un perfetto equilibrio tra sperimentazione digitale e rappresentazione visiva. Realizza suoni per ambientazioni reali (club, gallerie d’arte, sale da concerto, caffè, barche, ecc)collabora con i maggiori rappresentanti dell’elettronica avant (Sachiko M, Ikue Mori, Marina Rosenfeld, Oren Ambarchi, Christian Fennesz) e non si lesina nessun tipo di commistione artistica. Particolarmente interessante “cd cècile”, tra bordate noise e destrutturazioni d’un ritmo mai così martoriato.
Ryoko Kuwajima, insieme alla glich-pop-girl AGF (alla anagrafe Antye Greie-Fuchs), rappresenta la nuova frontiera della scomposizione digitale della voce. Sperimentalismi per un corpo ucciso, battuto, picchiato. Il disco in questione è un lavoro calcolato nei minimi particolari, senza lasciare niente al caso. Varie influenze vengano centrifugate con un gusto che contraddistingue le quattre artiste in gioco. In “Tzungentwist” sembra di sentire una b-sides di “Westernization Completed” (album di AGF), “My Within” è un tritacarne sonoro in cui si susseguono staffilate noise, pulviscoli glitch e un cantato che più spappolato di così non si può. Le frequenze disturbate di “Avoiding Shopping” scivolano dentro un tunnel fatto di ghiaccio e di acciaio. E’ un elettronica algidamente emozionale, frastagliata di espressionismo e strutturata secondo l’emblema di un caotico convergere verso la pienezza del senso. Battono il tempo sinistre scansioni tribaloidi (si veda anche il pastiche di “Kuchen Keiki Cake”), diffuse e deformate dentro l’avvolgersi tenebroso delle voci (“Birken”). “Disaster” è pura laptop-music, tra sciabordio metallico, sfrigolio minimale e drones rumorosi. Come un microrganismo digitale sezionato al microscopio, dentro l’alveo di una profondità kosmische e avvolgente, come accade nel vortice di “Stop No. 394 Falkirk Street” o in quello, più magmatico, di “Prologue”. Se “Aikokuka” è un simpatico intrecciarsi tra animi orientali e pugnalate digitali, con fiotti di sangue che scorrono ovunque, e “Funeral” rappresenta uno dei pezzi di ambient isolazionista più completi e concisi mai ascoltati nel 2005, dal canto suo, “Heimat” sviluppa ulteriormente l’incrocio febbrilmente austero tra corpo digitale ed anima post-romantica. Il suono, il suo oblio manifesto e, al contempo nascosto, con bleeps che schizzano ovunque, si ritrova ridotto a dover fare i conti con la nitida ed assoluta consapevolezza di un’assenza, percepibile come un vuoto marginale eppure meticolosamente condottosi lungo i bordi della percezione. E non è un caso, dunque, che il disco scivoli via con una “Overture”, al passo confuso ma sommativo di un’elettronica che sembra voglia aprire, o quantomeno additare con estrema decisione il suo futuro più lontano.
(7)
Recensione di Alessandro Biancalana e Francesco Nunziata
ISAN: "Lucky Cat"
Ok, il solito disco di ambient perfettina e giocattolosa, in pieno stile Morr.
Il solito approccio indie e le atmosfere caruccie, carine, bambinesche.
Prendono ispirazione dai maestri Pan Sonic, scarabocchiano fraseggi IDM, punteggiano imprecisioni glitch.
Cutlery Favours diverte e distende, Fueled è un synth pensieroso, distesa sonora acquosa e languida, What This Button Did è un rimbombo silenzioso, sovrastato da note stellari.
Trascendo da commenti puntigliosi e dico soltanto:

L'ho visto ier sera.
Condivido la maggior parte dei commenti precedenti.
Il film è molto struggente ed emozionale, la storia è toccante e si riesce a seguire lo svolgersi senza noia, nonostante la discreta durata.
Una storia d'amore delle più belle mai viste negli ultimi anni, il coraggio di affrontare questo sentimento umano da un punto di vista differente, la capacità di non risultare nè scontati nè volgari.
La musica è essenziale e scarna, molto adatta alle immagini a cui fa da sottofondo, la fotografia ci regala attimi di pura bellezza visiva, in cui confluiscono colori tenui, vivacità e immensità.
Grandissime le due interpretazioni dei protagonisti. Praticamente perfetti per espressività visiva, adattamento alla parte e sentimento.
In una delle ultime scene, quando loro si salutano per l'ultima volta, devo dirlo, mi sono scese due lacrime.
Raccoo-oo-oon: "The Cave of Spirits Forever CD-r" (2005)
Ecco un altro bel manipolo di svitati.
Improvvisazioni rock, schizofrenie di fiati che rimbrottano sconsclusionati, chitarre taglienti e laceranti.
Si passa dal jazz sfigurato ad accordi eterei e dilungati, a sfuriate di potenza inaudita. Fantasia e pazzia all'ennesima potenza.
Quando le corde la fanno da padrone il sassofono si accoppia con disturbante rumorisità, rimanendo peraltro un contorno e non lo strumento portante.
Un misto tra un sax alieno, una chitarra malata e una miriade di testoline in crisi epilettica dietro il mixer e agli strumenti.
Cave Of Spirits è noise-rock pazzoide e claudicante, sembra di sentire una jam fra gli Animal Collective, Bügsküll e i Jennifer Gentle. Straniante e sorprendente.
Under The Deck è un improvvisazione per sax, chitarre lancinanti e grida orrorofiche, come a voler sonorizzare una festa di cadaveri fuori di testa.
On The Roof è placida e pacata. Stravaganze percussionistiche, un oblio di note distese, qualche trattamento digitale, voci svogliate emanano suoni, non parole.
Stick Eaters inizia con un riff trascinante e un drumming forsennato, una bestia dietro i tamburi. Un mantra tribale e animale. Bordate di delay, percussioni distrutte e delle urla paiano decantare la rabbia, la sofferenza, il supplizio.
Hundred Eyes vede l'intervento deciso dell'elettronica, tra spezzettamenti, fili di noise ghiacciato e drones sinuosi. Accordi sono scomposti e smembrati, un'opera di snaturazione incivile. Un immaginario rock veramente inusuale ed affascinante.
Forever ha un suono molto psych. L'impatto è tremendo e non c'è tregua. Il marasma sul tamburo è incalzante, la chitarra è registrata volutamente a bassa fedeltà, i pulviscoli di rumore ci colpiscono, uno per uno, nello stomaco e lasciano dei segni indelebili.
In The Woods è un crescendo impressionante, tra sciabordio metallico, rimbalzare di note, schifezze fiatistiche e un andamento che non vuole saperne di rimanere stabile. Il silenzio si approssima e si scompone, il suono si affievolisce e si compatta, fino ad una sola striscia di rumore che si sbriciola in pochi secondi, che sembrano ore.
Crazy, very crazy.