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martedì, 28 febbraio 2006

JIMMY EDGAR





Detroit. Battiti e luci. Stomp e groove assassino.
Nuove leve vanno alla ribalta. Il suono si rinnova e nuovi incubi interstellari sono all'orizzonte.
Jimmy Edgar è una giovanissima leva della nuova ondata post-techno (?!) nata nella leggendaria città americana. Viene menzionato spesso in vari contesti, ed addirittura accostato a gente come Juan Atkins, Carl Craig, Derrick May, Drexciya. Cioè la storia della techno e la sua genesi.
Con questi mostri sacri ha suonato svariate volte, all'interno dei raves a nei dj-set, con risultati sorprendenti.
Inizia a sperimentare all'età di 10 anni, con una semplice drum-machine, comprata al prezzo di 20 dollari. A 15 anni inizia già ad essere nel giro, dimostrando d'essere in possesso di un talento innato.
Attratto dal mondo della musica e dell'arta in generale, dedice di abbandonare il college per studiare grafica professionale ed iniziare a produrre musica. Ora, le sue opere extra-musicali, sono disponibili nelle mostre nei dintorni di Detroit.
Dopo l'adolescenza crea il suo back-ground artistico studiando materie altamente creative, diventando un ottimo disegner grafico.
Innamorato dell'urban-style, si trasferisce nel centro della città, respirando aria di movimento.
La decomposizione della vita cittadina, il fascino urbano, e la scena musicale eclettica, contribuiscono in maniera decisa sulla sua formazione.
Jimmy non studia mai musica, tutto ciò che produce è completamente generato dalla sua fantasia, l'espressione del suo animo creativo è dettata dall'istinto. Non c'è regola, non c'è una linea guida.
: "he sold his fingers to the devil, and in return was granted some sort of supernatural prowess, the ability to expose next level ideas in music, design, photography and fashion."
Partiamo subito con i suoi primi EP.



Jimmy Edgar: "Access Rhythm" (Warp, 2004)

Electro-stomp che sanno di spazio, groove sotterranei e battiti assassini.
No Static è un loop ossessivo, uno sciabordio che sbatte e ritorna, la voce sputa parole, ce le propone con decisione. Very cool.
Morris Nightingale Theme è un accordo di chitarra vivisezionato con bisturi e forbici, synth sono plastici e malleabili. Emana un incredibile forza ritmica, questo pezzo, lanciando l'andamento a livelli insostenibili. Suoni disturbanti e frenetici.
Urban Outtake parte con nebbie solfuree e campioni irriconoscibli, un
drone d'uno strumento sfigurato ricama trame sonore seducenti, la voce è spezzata da uno scratch lacerante.
Re City Alley è un marasma che si tramuta in pace e non sa mai darsi pace, fra tastiere che impazziscono e una drum-machine in crisi epilettica.
Esordio al fulmicotone.
Segue quest'altra bombettina:



Jimmy Edgar: "Bounce, Make, Model" (Warp, 2004)

I Wanna Be Your STD è IDM con i break-beat, un suono minimale ti entra dentro e non ti lascia scampo. Animi d'una drum'n'bass morta e risorta, synth angelici sembrano morire e risorgere nello stesso tempo.
Beabu is a nuclear bomb. Ascoltare e lasciar andare corpo e mente.
LBLB Detroit è la colonna sonora per un club deserto e oscuro, ammorbato da fumi velenosi, ci induce a un ballo claudicante e scomposto.
Uniform (Citation) è un continuo scomporsi del ritmo, i suoni si sfasciano e si ricompongono nel volgersi di pochi secondi, il groove è spappolato e irregolare. Tastiere ondeggiano e si fermano quando meno ce lo aspettiamo.
Sheer, Make, Serve è ancor più sorprendente. Bollicine digitali spumeggiano e volano sbarazzine, una vocina vocoderata (Kraftwerk docet?) emana paroline colorate, il ritmo è plasmato e cesellato con regolare instabilità. Poliedrico.
Inner Citee Color Reprise conferma e allibisce. Giochi elettro-sonici, ricami precisi e ciclici, colori screziati, atmosfere ballerine e danzanti.
Cosa meglio del suo album d'esordio, dopo questi due EP?
Detto fatto, eccolo qua il suo album:



Jimmy Edgar: "Color Strip" (Warp, 2006)

Questo è un album pop per le discoteche e una musica dance per gli ascolti pop. E' musica elettronica che si ibrida con il pop e il pop che si sporca con l'elettronica. Le voci sono intricate e inserite nel contesto perfetto, i synth borbottano, quando colorati e docili, quando strindenti e dolorosi.
Pezzi come Pret'a'porter e I Wanna be Your STD intorbiscono gli animi, morbosi ricami ritmici sono dissonanti (Personal Information, Hold It, Attach It, Connect It), un suono sporco e lurido, imbastardisce l'opera (Color Strip (Warren)).
Si conferma e aggiunge al suo suono notevole personalità, battendo le strade dell'approccio più cool e meno strumentale, non rinunciando a momenti di pura sperimentazione timbrica e melodica.
In concomitanza con il suo ultimo album è uscito anche il cd-r Rhythmic Denial, un'unica traccia omonima di 30 minuti altamente intricata e straniante.
Parallelamente alla sua attività da solista, sviluppa collaborazioni, ed uscite discografiche con altri moniker.
Da segnalare in particolare, con l'acronimo Kristuit Salu VS Maurris , l'album My Mines I.



Kristuit Salu VS Morris Nightingale: "My Mines I" (Merck, 2002)

Com'era prevedibile in questo contesto il suono è molto più sperimentale e meno accessibile, essendo intriso di glitcherie e scomposizioni ritmiche, sviluppi quasi sconosciuti nella carriera solista di Jimmy.
Il disco è diviso fra i due nomi Kristuit Salu e Morris Nightingale che non sono altro che lo stesso gruppo, arricchito di volta in volta con i componenti di un altro project, i Michaux.
Ambient che si screzia con uno spezzettamento certosino e preciso, un oblio di sporcizia timbrica si mescola con le lande acquose e distese.
Si passa dal click'n'cuts giocherellone di Conceptual Devaihdn, alla squisista glitch-techno di Germain Fabric, senza dimenticare il groove e certe influenze abstract-hip-hop (Dope Soft Intake, Ny Highrise Hotel).
Piccoli capolavori di tinteggiatura colorata e spumeggiante (Anata Wo Ai Site Imasu), l'aria che si infetta di spore soffocanti (Usually (Actually)), puro IDM-glitch d'alta scuola (Non Stop (Yàmi)).
Updowndownup è un chip in cortocirtuito, starnazzante morte e dolore digitale, I.P. Output (Edit) è un glitch-hop sdolcinato, Etno-Cen sono synth sfigurati fino all'inverosimile.
Il disco è molto personale e non stanca mai, perfettamente calibrato e senza momenti di vuoto. Nessuna traccia di riempitivi. Un evoluzione molto interessante, per cui ci auguriamo che nel futuro questa vena avant posso essere ulteriormente approfondita.
Poco fa accennai a Michaux, ebbene, da poco è stato ristampato questo :



Michaux: "%20" (Audio.nl, 2003)

Qua siamo davvero disfronte alla scarnificazione del ritmo, un lavoro estremo di minimizzazione, si punta alla groove minimale, e non c'è via di fuga per le nostre orecchie.
Language Universal è una minimal-techno che non sentivo così compiuta da tempi immemori, forse alcuni pezzi di Martes (ricordate il primo di Murcof, vero?) ne sono alla pari.
~Crash 2.2 sono bleeps oppressi e sommersi, battiti costruiti e distrutti, ritmo e pace, suoni e silenzio. Glitcherie assortite e piccoli drones sbarazzini si (ri)creano a vicenda e si sfocia in un completo marasma sonoro.
Attimi di pura alienazione ((A + B) = C - 2), il silenzio che chiede spazio ma lo ottiene solo in parte (Ints.Out), bozzettini digitali fragilissimi e labili, quanto un foglio di carta inumidito (Japanese Untitled, ~Crash 1.2), cicli e ripetizioni, monotonia squisita (To (Testone) - 3).
Un sibilio ferroso e metallico s'insinua fra le nostre cavità uditive e ci disturba con delicatezza (Untitled 1), suoni scorbutici chiudono l'opera con distacco e rabbia (12£ Ute-No).
Un'artista sempre prodigo all'esplorazione di nuovi campi di sperimentazione e mai domo, davanti alla possibilità di evolvere.
I suoi suoni sono un ballo bastardo che sa lasciarti seduto in ascolto silenzioso e sa farti ballare con dei movimenti sconnessi e innaturali.

Postato da: tmtd a 20:54 | link | commenti |

domenica, 26 febbraio 2006



ancora croneneberg e i suoi film talmente ossessivi da lasciarmi dentro dolore, un senso di smarrimento.
la storia di due gemelli.
i gemelli, almeno per quello che ho visto io, son sempre stati raffigurati nel cinema o dal punto di vista comico, o attraverso l'opposizione di due figure completamente diverse. il buono il cattivo, per esempio.
qua no, qua è tutto diverso. i due fratelli sono entrambi due personalità molto complesse e differiscono nel carattere, nel modo di approcciarsi alla vita, nella maniera in cui concepiscono i rapporti. piccoli particolari significativi.
sin da piccoli sono due goccie d'acqua, perfettamente in sintonia sotto ogni punto di vista, conducono una vita all'insegna della ricerca medica. nel campo della ginecologia.
al regista è stato chiesto:
:"perchè ginecologi? perchè non due avvocati?"
lui risponde
:"io non ho niente contro gli avvocati. questo film è stato fatto per rappresentare il rapporto morboso dell'uomo con la donna. quale sono le conseguenze in un legame di sangue dopo l'intromissione di una donna. in un contesto di questo tipo il fatto risalta ancora di più"
beh, dire che c'è riuscito è un eufemismo.
il film vive di immagini forti, sequenze di pura cattiveria visiva e un'atmosfera di dolore pervade tutta l'opera. anche nelle sequenze più pacate c'è sempre un qualcosa che ti entra dentro e ti lascia angoscia, paura e disorientamento.
jemery irons proprio si immerge in un'interpretazione impressionante.
non sembrano uguali, questi gemelli. sono palesemente e misteriosamente diversi al tempo stesso. piccole espressioni del viso, la risata differente, le parole studiate fin all'ultimo particolare. riuscire ad analizzare il tutto, durante lo scorrere del film, è una (piacevole) sfida anche per uno spettatore attento.
la donna che entra in un rapporto perfetto, s'incunea in unica esistenza, l'esistenza di due corpi, due menti, ma due vite unite, praticamente la stessa.
il più spavaldo e sicuro di se (Elliot) seduce la donna con un fare deciso e l'altro (Beverly) la coccola con l'atteggiamento dolce e pacato.
:"Perchè ti chiami Beverly? E' un nome da donna!"
:"Non è un nome da donna, si scrive in maniera diversa"
:"E' pur sempre femminile:"
(reazione furiosa) :"Cosa vuoi insinuare? Che sono un gay? Basta!"
questa sequenza è fantastica. le sensazioni sul viso di irons sono un qualcosa di immaginifico.
il film prosegue con un processo di autodistruzione, dovuto alla droga ed a un animo profondamente labile, da parte di Beverly.
l'altro fratello cerca di uscirne, ma aiutandolo, non fa che cadere nella stessa trappola, riducendosi al suo stato.
il finale è fantastico, in un mare di pazzia, sangue, immagini oscure e un suono che sa di buio e notte.
vi prego, guardatelo in qualsiasi maniera.

Postato da: tmtd a 11:58 | link | commenti |

sabato, 25 febbraio 2006

Ossessioni della settimana



White Magic: "Songs of Hurt and Healing EP" (7,5)

questo EP è l'esordio di una coppia di folk-singer stralunati e fantasiosi.
le canzoni contenti in questo Songs Of Hurt.. sono amatoriali e delicate, intrecci strumentali di pregevole fattura, una voce così personale e strana.
drag city pubblica, ed io amo sempre di più questa etichetta.



This Will Desotry You: "Young Mountain EP" (7,5)

qui c'è post-rock e rumore, nei meandri di questa musica troviamo melodia e note fastidiose. un accenno di ritmo digitale, un minimo di melodia, un goccio di amore malinconico.



N*E*R*D: "In Search Of..." (7,5)
N*E*R*D: "Fly Or Die" (8)

questi due dischi sono proprio delle bombette belle e fatte.
non mi riesce di stare fermo quando ascolto canzoni come Provider, Tape You, del primo, e Don't Worry About It e Break Out del secondo.
poi, vabbè, c'è She Wants To Move, ma quella è proprio su un altro pianeta.

Artiste Jappo della settimana



+



Hitomi Yaida: "Candlize" (8)
Hitomi Yaida: "AirCookSky" (7)
Hitomi Yaida: "Daiya Monde" (7-)
Hitomi Yaida: "i-flancy" (6+)
Aky Tsuyuko: "Ongakushitsu" (7)
Aky Tsuyuko: "Tsuki to Nagai Yoru" (7)

la prima è uno dei miei amori, ma proprio quelli in testa.
le sue canzoni mi donano quell'allegria che mi risulta indespensabile, attimi di pace in periodi oscuri. Creamed Potatoes per tutta la vita.
Ne parlai in maniera approfondita qua.
La seconda trottolina fa tutt'altra musica e ci regala un indie-tronica tipicamente zen. grosso uso di xilofoni e quel atteggiamento giocattoloso è solo: Cool. Di Ongakushitsu ne parlai qua.


Sorpresa della settimana



Whip: "Atheist Lovesongs To God"

un gran disco di lo-fi pop con molto folk e un'attitudine cantautoriale spiccata. le canzoni scorrono via veloci e il cuore ne rimane piacevolmente rigenerato e curato. bellissimo, veramente toccante.

(7,5)

Postato da: tmtd a 12:35 | link | commenti |

venerdì, 24 febbraio 2006

VITESSE

ecco una di quelle band che rimangono per forza di cose nei meandri della produzione discografica frenetica e non hanno l'attenzione che meriterebbero.
ma quanto meritano i vitesse?
la loro mistura di shoegaze, synth-pop, un pizzico di attitudine dream, ed una sapiente fantasia compositiva, portano a un connubio praticamente inedito..
Hanno fatto tre album, di cui i primi due: Chelsea 27099, uscito nel 2000 sotto la Hidden Agenda e What Can Not Be But Is... sotto la Acuarela Records, nell 2001. niente male, due ottimi dischetti.
mi soffermo, però, sull'ultimo perchè, il più compiuto, e caratterizzato da una bellezza incantata:



Vitesse: : "You Win Again, Gravity!" (Hidden Agenda, 2002)

il disco è molto lungo e articolato, ben 16 pezzi.
non sto a fare la esamina di ognuno altrimenti scrivo un papiro.
quadrettino impressionistico colorato e delicato di Small Gift, Depeche Mode, Field Mice e gli Stereolab più pop, messi insieme.
battiti delicati e soffici di Just For A Night, quasi un techno-pop stellare, indie-tronica così carina/fumettosa che pare uscita da un cesto di caramelle.
Canzoni che durano un niente ma ti lasciano dentro la durata elevata a potenza infinita (In Time, Instrumental), scintillio colorato e docile (Another Way, Unsolvable), attimi di puro ritmo continuo e delicato (Not Forever).
Il giocattolino sorridente e preciso di Out Under Stars, con le sue tastiere taglienti, la chitarra che vibra note nell'aria, la satura e dipinge un arcobaleno.
Such Emotion è un robot umano che emana suoni, la voce è una confessione benvoluta, What's Forgotten è l'emblema del loro suono, qui confluiscono le varie influenze indicate all'inizio. pura bellezza e nient'altro.
accenni rockeggianti per Ride The Hook, praline alla crema, deliziose nell'accoppiata Of All The Things That You've Done Wrong-It's Just Fine.
amare queste canzoni mi è risultato così facile che non credo sarà difficile a qualsiasi persona presti attenzione a questi disegnini stilizzati, tenui e deliziosamente accessibili.

Postato da: tmtd a 21:28 | link | commenti |



lasciai da parte quest'album quasi per pigrizia, non stimolato dai commenti (deludenti) che lessi. m'ero sempre ripromesso di ascoltarlo, l'anno scorso.
poi la valanga di dischi, nell'estate, e un niente di fatto.
ieri e oggi è stata una fissa continua, non ho ascoltato altro.
io amo i mercury rev, sono stati una delle prime band con cui mi sono approcciato, quando sono capitato nel musica che conta.
ci sono proprio affezionato a questo gruppo, amo ogni singolo percorso che è stato scelto dalla band.
ed ora mi ritrovo davanti questo album.
non riesco a non rimanere deliziato dal loro suono, che è sempre quello. ormai è un marchio di fabbrica.
nessun pezzo deludente, nemmeno un angolo che mi possa far storgere il naso. amore e basta.
fin dall'inizio di Secret Song c'è il meglio di loro, con quel piglio sognante che li ha sempre caratterizzati. La solita voce sfarzesca del cantante, quel marasma strumentale che ti avvolge, non ti lascia più.
il basso è pulsante, il piano emana note leggermente puntigliose. convulsioni strumentali, sul finale, sono puro piacere.
Across Yer Ocean m'incanta con lo spumeggiare degli xilofoni, l'andamento claudicante, uno scintillare in sottofondo sono stelle che viaggiano.
Diamonds è una cantilena spaziale, fra luci e battiti notturni, Black Forest (Lorelei) è dominata da un piano saltellante, un tripudio di note aleatorie.
Il mio pezzo preferito: Vermillion. Inizio pacato, molto sommesso.
Quando il ritmo prende il via, la canzone prende il volo, mi sento bene.
forse la chitarra che è pacata e disturbante, il piano che ondeggia incerto, la voce sempre più bella, la batteria piena di ritmo malato, le pause, le ripartenze. non so, ma mi fa impazzire. memorabile.
Ed ancora il pop screziato di In The Wilderness o la nenia bambinesca di The Climbing Rose.
Percussioni borbottano agitate in Arise, un sogno che si avvera, con suoni colorati in Moving, la malinconia di First-Time Mother's Joy(Flying) mi lascia una lacrima sul viso.

Postato da: tmtd a 20:35 | link | commenti |

giovedì, 23 febbraio 2006



questo è un cinema che non esiste. queste immagini non sono girate da un umano. quella capacità di entrare nel profondo delle personalità, quel modo di tinteggiare le ossessioni dei personaggi in gioco, rendendo anche la più semplice situazione in pura poesia d'esistenza. un vecchio lupa della taiga e un giovane esploratore si immergono in una foresta fatta di colori, scintillio del sole, freddo spaziale, la natura vive e combatte. il soggetto del film è l'amicizia. non giriamoci d'intorno. un film sull'amicizia, un tema che sarebbe stato adatto per un discreto western. no, niente western. qui c'è kurosawa ed è tutt'altra questione. una completa armonia biologica circonda i personaggi, fusione fra l'essere umano e un ambiente ostico ma al comtempo magico. fin dal primo incontro fra l'intraprendente militare e il cacciatore mongolo, il primo rimane profondamente impressionato dalla perspicacia, dalla sua grande capacità d'interpretare i segni che circondano l'ambiente, la generosità innata. i comportamenti particolari del vecchio culminano in una battuta memorabile: :"Fuoco, vento, acqua. Tutti omini. Quando arrabbiano, paura."
con le conseguenti risate dei militari straniati e divertiti. dopo si ricrederanno anche loro, dicendo :"un uomo che non esiste, che Dio lo benedica." il processo di umanizzazione di ogni oggetto che lo circorda insegna, alle persone che gli stanno intorno, il rispetto per la natura, la capacità di dilatare lo sguardo interiore. godere d'un capriolo che passa, amare il fruscio di un vento gelido. alcune sequenze sono da bravidi, così amatoriali, così significative, così colorate. sono rimasto a bocca aperta svariate volte.
Altra battuta signifiticativa: "Se ammazziamo tutti gli animali poi cosa mangiamo?". cristo, ha veramente ragione.
E ci si inoltra, col passare dei minuti, con una continua sequenza di perle narrative, sguardi quasi romantici, dialoghi forti e crudi, piacevoli e divertenti.
Disteso, sereno, controcorrente, Dersu Uzala è un bagno di rigenerazione, un canto del mondo come direbbe Giono, l'ampio poema di una natura formidabile che Kurosawa ha voluto formidabilmente presente. Con estrema naturalezza, questo canto del mondo, diventa qui il canto della fraternità umana.
se vi volete bene guardate questo film.

Postato da: tmtd a 20:09 | link | commenti |

mercoledì, 22 febbraio 2006



Plone: "For Beginner Piano" (Matador, 1999)

possibile che mi tocca scoprire i dischi così belli, così tardi?
ebbene sì, questo disco è proprio capitale.
che cos'è? una sola parola: ELECTRO & OTHER.
uno dopo l'altro i pezzi sono un frullatore interstellare fatto di colori, immagini, suoni, sciocchi, fracassi e un marasma ritmico.
downtempo, ambient, un pizzico di glitch che a noi piace tanto, un po' di groove oscuro ma deciso, piccole variazioni che sanno di fantasia.
sensibilità pop ammorbata da una spirito di sperimentazione, un'anima pura infettata dal virus meccanico.
Eighties-Pop, Kraftwerk, Sun Ra, John Barry, Flying Lizzards, Suicide. Queste le influenze.
i ragazzi, per la cronaca, hanno collaborato intensamente con band come i Pram e i Broadcast. Niente male, direte voi. Sì, veramente niente male.
On My Bus è eterea è deliziosamente armonica, un nenia aliena e adagiata su un tappeto di stelle, Top & Low Rent sono bleeps e percussioni molleggianti, un ballo spastico e robotico.
Marbles è tenera e soffice, una marcetta di giocattoli caricati a molla, una vocina meccanica canta con distacco.
The Greek Alphabet pare un dream-pop strumentale totalmente elettronico, o magari lo possiamo definire un downtempo leggermente jazzato, o forse chissà, con quale altra definizione potrei descrivere questo pezzo. Fatto sta che mi ha rapito. Il suo incedere quasi solenne e pacato al tempo stesso è solo piacere, i suoni cadenzati ad intervalli apparentemente regolari sono ossessione. Un vociare computerizzato profuma di spazio.
Press A Key è un ambient leggermente scombussolato, sottilmente movimentato, un organo synth-etico è il preludio a una messa maledetta, Bibi Phone è giocattolosa e fumettosa, un motivetto che farebbe felici i bimbi più fantasiosi, spumeggio di synth, rumorini che sembrano lancette che si muovono, folate di vento docile.
Ed ancora i rigurgiti borbottanti di Be Rude To Your School, il sapore discordante di Plock, il finale leggermente malinconico, ma movimentato, cattivo ma conciliante di Summer Plays Out.
Non ho parole, davvero. Il disco cambia marcia, velocità e mood nel giro di pochi secondi, nel volgersi di un attimo e di un suono. All'interno di un pezzo ci sentiamo dentro tutto e niente. Un senso che mi capita rare volte, quando ascolto un'opera.
Ah, vengono accostati sovente ai Piano Magic, dalla stampa. Ci crediamo?
Sì, crediamoci.

Postato da: tmtd a 17:50 | link | commenti |

domenica, 19 febbraio 2006



Sarah McLachlan: "Solace" (Nettwerk, 1991)

ma quanto è bello quest'album?
semplici canzoni cantautoriali che vengono dal cuore, arrangiamenti spartani e leggeri, qualche chitarra, una batteria suonata con pacatezza, qualche arco
tagliente.
la sua voce sale e cade rovinosamente, vola ad altezze inarrivabili e plana a quote umane.
Drawn To The Rhythm è un piccolo marasma percussivo che non si ferma, tastiere sono minimali.
Into The Fire mi seduce con un piglio leggermente sommesso, i rimandi vocali sono liz phair, lisa loeb ed altre del giro indie-pop-rock femminile. questo pezzo è molto atmosferico, con momenti di puro pathos, un batterista sapiente sa dare il ritmo quando deve ed essere sommesso al momento giusto. ineccepibile.
Cito la commovent Lost, chitarra, rullante spazzolato e tanto amore, Home è una canzone con piano, flauti starnazzanti e la sua solita voce che sembra un cristallo che luccica abbagliante.
Black è una sorta di minimal-jazz con un fiato che borbotta compassato, violini tintinnano quasi come se fossero punte di ghiaccio, un piccolo filo di tastiera impreziosisce. bellissima è dir poco.
riscoprire questa cantautrice è un dovere.

Postato da: tmtd a 22:19 | link | commenti |

entro nel video vip e do la solita scorsa fra i film nel reparto nuovi arrivi.
scorgo una copertina che ricordavo d'aver visto da qualche parte e, senza leggere il titolo, so già di cosa si tratta.
il film è tratto dal libro Balzac e la piccola sarta cinese di Dae Sijie ed il regista è la stessa scrittrice.



il libro m'aveva letteralmente sedotto, con quel tocco leggero e poetico. un soffice tappeto di parole ed un racconto che le lasciava scorrere con fluidità.
ammirare quest'opera è stata un'autentica emozione, anche per il fatto che la stessa scrittrice si è cimentata nella regia.
il film è bellissimo, lo dico subito.
suoni e immagini sconfinate, una storia d'amore a tre.
la fame di sapere in un mondo sconosciuto e nascosto, gli occhi per vedere soltanto il cielo azzurro o scuro, immensamente ricoperto da nuvole.
una valigia piena di libri, come se fosse un nuovo mondo che si apre, nuove strade che si rivelano, un'esistenza nuova e sorprendente.
il finale è nostalgia allo stato puro. verremo a sapere, parzialmente, la verità.

Postato da: tmtd a 21:54 | link | commenti |

venerdì, 17 febbraio 2006

Ossessioni della settimana



Dijf Sanders: "Mating Season" (7)
Dijf Sanders: "To Be A Bob" (7,5)

proveniente dal Belgio, è autore di una IDM oscura e cinematica.
accordi chitarristici sono eterei e dilungati, i bleeps fanno da contorno e impreziosiscono. in qualche frangente dei due dischi si percepiscono influenze leggermente jazzy, una sorta di colonna sonora per un club di New Orleans, traslato su Marte, in una galassia lontanissima.
la sua voce è molto personale, misteriosa e calda come non mai.
poliedrico.

 

Michaux: "%20" (7,5)
Jimmy Edgar: "Access Rhythm" (7)
Jimmy Edgar: "Bounce, Make, Model" (6,5)
Jimmy Edgar: "Color Strip" (7)

Ancora il suono minimale riesce a carpirmi senza freni.
il tocco di Jimmy è molto scabroso, quasi una musica volutamente repressa, un processo di limitazione, espressiva.
i suoi ricami timbrici sono molto complessi, sfiorando il marasma con un solo colpo di synth. il suo approccio alla composizione è spesso ragionato, la sua è una musica aliena e danzante, ma non troppo.
ritmo per ballerini volanti.



Vacabou: s/t (8)

possibile ancora sperimentare sulla voce? dopo anni di tentativi in ambito glitch e avant?
ebbene sì, questa coppia è riuscita a tirar fuori un (mezzo) capolavoro.
drum-machine, chitarra un po' post-rock, un po' psichedelica, contrappunti di piano, battiti piccoli e minuscoli.
voci smembrate, una sorta di trip-hop che si ibrida con tentazioni ambient-ose, attimi da pura colonna sonora.
semplicemente bello ed originale come pochi dischi.

Artiste Jappo della settimana

 

+



Megumi Hayashibara: "Singles Collections" (7)
Kahimi Karie: "Montage" (7,5)
Kahimi Karie: "Once Upon A Time" (7)
Kahimi Karie: "Nana" (6,5)
Kahimi Karie: "k.k.k.k.k" (7)

la prima è una cantante nella cui discografia sono presenti varie collaborazioni per canzoncine poste nelle sigle dei cartoni giapponesi (tra cui Pokemon, Shaman King ed altri). Il disco in questione è una raccolta di tutti i suoi maggiori successi ed è molto piacevole. fra operture classiche seducenti, bombettine catchy-house, perline guitar-pop e una voce deliziosamente angelica.
kahimi karie è un'artista molto interessante. i suoi dischi sono fatti di folk composto in punta di piedi, piccoli rumorini elettronici, canzoni flebili e delicate. la sua voce è fanciullesca e le atmosfere dei suoi dischi non fanno che accogliere nel migliore dei modi le sue parole.
quadrettini tardo-invernali, utili per lasciare la mente al suo destino.


Sorprese della settimana



Dictaphone: "M.=addiction" (7,5)

qua dentro viene proprio sfasciato quel genere che veniva chiamato jazz.
quel genere che era fatto di strumenti suonati e puro calore umano.
questo lo possiamo chiamare vero e proprio future-jazz.
strumenti a fiato vengono spezzettati e smembrati, la loro essenza è snaturata e destabilizzata, note di tastiera sono melense e svogliate, vari corpicini elettrocini serpeggiano fra i vicoli dei pezzi.
il disco esce sotto la city centres office, un'etichetta fra le più interessanti degli ultimi anni.

Postato da: tmtd a 23:53 | link | commenti |