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domenica, 26 marzo 2006

TUNNG




una band nascosta proveniente dagli u.k. che sa rendere il folk un qualcosa di morboso e ballerino. quel tentativo di ammorbare il corpo acustico con le macchine invadenti.
I due componenti (Mike Lindsay e Sam Genders) hanno girovagato per un bel periodo intorno alla realtà indie, collaborando sia come produttori sia come musicisti in varie formazioni.
Iniziano a pubblicare dei 7" agli inizi del 2004, palesando la loro voglia di uscire dai canoni dei cantautori tutta acustica e cuore.
la primissima uscita, il singolo A Tale From Back, contenente la title-track, un gioiellino splendente e delicato, dolcemente rumoroso e scorbutico. una chitarra strimpella agonizzante, fra un drone strisciante e una polvere digitale che compare qua e la. Il ritmo è sostenuto da una drum-machine povera e malandata, degli strappi elettronici lacerano un andamento claudicante.
la successiva Pool Beneath The Pond è una canzone monca e sconclusionata, la riflessione in uno specchio distrutto della precendente.
dopo pochi mesi ecco un altro 7" ed ancora due canzoni.
Maypole Song è un giochino fantasioso e giocattoloso, Surprise Me è un perfetto connubio fra un folk amatoriale e una macchina impazzita. una miriade di bleeps va a braccetto con le note cristalline delle corde pizzicate.
dopo l'ennesimo 7" (Magpie Bites), con altre due perline sibilanti ("The Bonnie Black Hare", "Magpie Bites"), esce, finalmente, il loro album d'esordio.



Tunng: "Mother's Daughter And Other Songs" (Static Caravan, 2005)

qua c'è tutto quanto avevano già dimostrato con le loro prime prove.
una fusione assolutamente coesa e compiuta fra una chitarra che suona a bassa fedeltà e un rigurgito elettronico, una manciata di canzoni piacevolmente velenose e contagiose.
L'iniziale Mother's Daughter è un lamento ossessionante e magico, fra rintocchi solenni e un battito che rimbomba. Due voci decantano la loro poesia raccontando storie fantastiche ed immaginifiche.
un mantra oscuro e rimbombante, si dipana fra la notte (People Folk), sfigurare un qualcosa che si chiamava canzone, fra una parola che si sdoppia e delle note che non sanno più dove collocarsi (Out The Window With The Window).
Beautiful And Light è un vero e proprio capolavorino con quel goccio di pazzia compositiva, sapiente lavoro di costruzione ritmica, in cui il battito è davvero ben ibridato con uno strappo digitale da una parte e uno strimpellare felice dall'altra.
Di Tale from Back abbiamo già parlato prima e, rispetto alla prima versione, c'è soltanto un arrangiamento che si fa più vivo e ricco.
Song Of The Sea mi ricorda i deliziosi Woodcraft Folk, per il gusto lo-fi e bambinesco. La fisarmonica libera suoni d'altri tempi, un banjo pare uscito da un concerto country, la percussione è finta e si connubia perfettamente, senza lasciare perplessi.
Kinky Vans è forse (anzi, lo è) il pezzo più bello del disco.
Sdruciture elettroniche, contornate da un oblio di glitch-ettini, notarelle storpiate, un groove IDM, momenti di marasma orchestrale, con un violino e un cello che si intrecciano come due amanti. 5 minuti di pura sperimentazione dolcemente accessibile.
Una pioggia bagna un fiore e lo spezza involontariamente, con un gruppo di amici a pochi passi che cantano una litania fra il malinconico e il nostalgico (Fair Doreen), un'insistenza quasi danzerina seduce una chitarra ben vestita (Code Breaker).
Conclude Surprise Me, di cui ho già parlato e non posso che confermare quanto detto: classicità deformata, una canzone gustosa e saltellante.
Arrivati al 2006, spunta The Pioneers, un EP bellissimo.
si parte con il remix di un pezzo dei Bloc Party, la title-track.
questo pezzo è fantastico, non ho altro da dire.
andamento sincopatico, un cantato che va a rima come un poeta scrive il suo poema, il battito digitale è gentile e conciliante, i rumorini metallici in sottofondo sono un brivido che ti sale per la schiena.
quando si approccia una voce femminile il tutto si tramuta in candore, fra una vocalizzo angelico e un racconto congelante.
uno dei rifacimenti del 2006, ci sono poche storie.
un remix di Tale From Black sono scheggie glitch che pungono con dolore e sensazioni contrastanti, la riproposizione della vecchia Pool Beneath The Pond è soltanto benvoluta, ancora più tenera e graziosa, ma confusionaria e distratta.
spero vivamente che prima o poi si facciano un giretto in Italia per regalarmi queste emozioni dal vivo, per godere, a turno, di una chitarra che gentilmente si concede, e uno schiocco che con il suo approccio ballerino mi farà sognare.

Postato da: tmtd a 22:37 | link | commenti (1) |

sabato, 25 marzo 2006



visto la settimana scorsa. non mi ha impressionato.
una discreta storia adolescenziale, fra vendetta, amicizie controverse, rapporti frustranti.
la colonna sonora è molto avvolgente e gli attori discretamente espressivi, con punte di malinconia discrete.
il film nel complesso è carino ma la storia, non so, non mi ha avvolto completamente e ne sono rimasto un po' estraneo, senza affascinarmi.
ripeto, magari ce ne fossero sempre di film così, sopratutto in questo ambito.
da ricordare i diversi premi che ha vinto. secondo me, in parte meritati.
da segnalare il finale. lacrimevole e significativo.
comunque sia merita la visione.

Postato da: tmtd a 14:26 | link | commenti |

SAIMIR (Francesco Munzi)

toccante, veramente toccante.
non avevo mai visto un film sulla degenerazione dell'immigrazione in Italia.
il film che avrebbe voluto fare Tullio Giordana, sprofondato nella banalità con la sua ultima prova. agghiacciante e superficiale.
qua dentro io c'ho visto moltissimo dell'ultimo fantastico film di Amos Gitai, Terra Promessa. i due film sono molto diversi, ma i temi di fondo, l'intenzione è quella. mostrare un mondo vagamente immaginato ma mai mostrato con tutte le sue verità laceranti.
Francesco Munzi è già autore di ottimi lavori, i cortometraggi Giacomo e luo ma e Nastassia, rispettivamente del 2000 e del 1996.
questo film è bello e lacerante, vero e diretto.
si racconta la storia di un ragazzo albanese costretto a una vita fatta di furti, trasporto di gruppi di persone in Italia, aiutando il padre in questo traffico illegale e maledetto.
Saimir è un ragazzo testardo, dolce ma soccombente ai voleri del padre, d'altrocanto è l'unico modo per la loro famiglia, altrimenti costretta alla fame.
l'amore per una ragazza morto sul nascere, palesando la sua incapacità d'instaurare rapporti umani, relegato in un'esistenza fatta d'immagini strazianti.
la sua vita è uno schifo.
fra un furto e l'altro, nella sua testa medita la svolta.
toccante la sequenza in cui assiste al raggiro sottoposto ad un ragazzetta di 15 anni, a cui è stato promesso d'andare a Milano. sarà portata in un bordello, per fare da giocattolo sessuale. assite e soffre, assiste e muore dentro di se.
più le immagini scorrono, più non riesce a vivere in questo mondo che gli gira intorno.
si ribella, lascia andare tutto.
il finale è, per così dire, la dimostrazione della sua bontà.
i cattivi vengono rinchiusi, il suo viso scorre in un auto, al tramonto, con la musica che suona, il sole che splende per l'ultima volta, nel giorno più caldo e bello della sua vita.

Postato da: tmtd a 14:24 | link | commenti |

Ossessioni della settimana



Ant: "Footprints Through The Show" (7)

ma che bello questo disco..
acquarelli folk di delicatezza floreale e bellezza cristallina.
il trittico iniziale è da lacrime gioiose e sorrisi malinconici.
mi riesce difficile togliere dal lettore mp3 questo disco, mi ritrovo spesso a cantare queste canzoncine deliziose.
Slipped Away mi ha gonfiato il cuore d'amore e felicità.Cool



Castanets: "First Light's Freeze" (8)
Castanets: "Cathedral" (7,5)
Castanets: "What Kind Of Cure" (7,5)

eccoci qua, davanti a una band fra le più (immeritatamente) dimenticate.
un frizzante ibrido fra un folk cristallino e un'elettronica spumosa e colorata.
sia il lato più intimista e scarno (What Kind Of Cure), sia gli scampoli più alieni e disturbati (First Light's Freeze), sono un piccolo sogno magico che si realizza.
Good Night, Yr Hunger è balletto amatoriale, No Voice Was Raised è bella da far male. mira al cuore, proprio nel centro.



Caroline: "Murmurs" (8)



Artiste Jappo della settimana

 

+



Melody: "Be as one" ( /10)
Melody: "Sincerely" (7)
Maaya Sakamoto: "Yunagi Loop" (8)

è uscito il secondo disco di Melody..
erano mesi e mesi che aspettavo questo disco, propio un'attesa snervante.
quasi intimorito dalla delusione avuta con Ayumi Hamasaki (Sad), non mi sono fatto aspettative d'ogni sorta e ho ascoltato questo album con tranquillità. e ho fatto bene.
ieri mattina mi è arrivato il pacco dal giappone.
Be as One è bellissimo.
see you... mi sta colorando le giornate d'un atmosfera tenue, la title-track è pianto felice, Realize si candida fra i pezzi jappo dell'anno. Close Your Eyes non è ancora realizzabile. fra qualche giorno capirò che è vera. un voto per ora non c'è.
anche il primo Sincerely non è affatto male, visto che contiene canzoni come Just Be a Man, Over The, Cristal Love. Gocce di rugiada splendenti.
vabbè, eppoi c'è Maaya. Lei non mi tradisce mai.


Sorpresa della settimana



Temporary Residence Limited. 1st Episode

The Anomoanon: "Everything Comes & Goe" (7)
The Anomoanon: "Joji" (7)
The Anomoanon: "Asleep Many Years in the Wood" (6,5)
Bellini: "Small Stones" (8)
By The End Of Tonight: "A Tribute To Tigers" (7)
Cex: "Starship Galactica" (7)
Howard Hello: "EP" (7)
Howard Hello: "Don't Drink His Blood" (7)
Eluvium: "An Accidental Memory In The Case Of Death" (7,5)
Nice Nice: "Summer" (7)

conoscevo già qualche disco di questa etichetta, ma non avevo mai approfondito fino a fondo. diciamo che ero rimasto alla discografia dei Fridge e poco più.
dopo la folgorazione per Caroline mi son deciso ad ascoltare buona parte, se non tutto il catalogo.
beh, ne sono rimasto affascinato.
i Bellini li conoscono già tutti e il disco indicato è un siluro di distorsioni, gli The Anomoanon sono un carillon autunnale per casette di montagna, con canzoni belle da far innamorare.
passando per gli schizofrenici passaggi post-noise-rock dei By The End Of Tonight, cullando sogni immaginifici con l'ambient delicata di Eluvium, toccando le stelle con Cex.
menzioni specialissime per Nice Nice e Howard Hello.
i primi sono uno sperimentalisimo alieno e scuro, fra uno space-rock stellare e un rumore di sottofondo che ti sfonda lo stomaco. Deliranti.
simili ai Tarentel, ma più eterei gli Howard Hello. un incubo delicato e appartato, con canzoni come Even More Of The Same e Follow che non lasciano scampo. Sognanti.
prossima settimana ascolterò un'altra manciata di dischi e vi farò sapere.

Postato da: tmtd a 13:41 | link | commenti |

giovedì, 23 marzo 2006

Juan Atkins: "The Berlin Sessions" (Tresor, 2005)

Uno dei massimi padrini della techno marchiata Detroit ritorna alla ribalta con sei tracce intitolate nella maniera più appropriata, semplicemente: "The Berlin Sessions". Deragliante semplicità. Strabordante perfezione.
Torna l'uomo che ha ribaltato con scossoni tellurici tutta la storia dell'elettronica: dal progetto Model 500 alla storica etichetta Metroplex. Impartendo lezioni a destra e a manca, dando le basi per lo sviluppo della musica-tutta.
Pensare a un disco di Lui ieri e veder una nuova uscita oggi rende il tutto leggermente straniante. La techno, a corto di soluzioni innovative, stagnante, addizionata solo di bpm, estremizzata in questi anni, al suo cospetto si blocca. Il suo tocco immobilizza mente e corpo. Non accenna a cambiare al cospetto del tempo, un tempo che sembra non passare. O semplicemente ancora lontano, ancora una volta. Non rimane nient'altro che ascoltare in silenzio. Catarsi interplanetaria.
Il disco è prodotto insieme a una nuova promessa della techno berlinese, Pacou, e non poteva che essere pubblicato dalla storica Tresor.
I suoi groove cosmici sanno di spazio. Profumano di leggenda. Ed è leggenda, sono mani che assemblano una dimensione parallela. Trasportano l'inconscio in una realtà fatta di ballo, sangue, buio ed esplosioni luminescenti. L'anima del dancefloor riluce nuovamente sotto il colpo della cassa. Luccicanti aneliti stellari, sofferenti interiora funk, perfidi stomp ossessionanti. È l'antico splendore che sembrava perso, un genere chiuso tra introspezioni minimali molto spesso autoreferenziali e macrobeat serrati, costruiti per l'amalgama chimica di un rave. Bleep sovente si intromettono con coraggio apprezzabile e paiono pianeti lontani rispondere al richiamo del suono. Atkins ci introduce ancora nel suo mondo di visioni techniche, è incredibile pensare alla longevità creativa di questo uomo. È un piacere straordinario sentire ancora quei suoni, prodotti ora per suonare nel 2005, ma che fanno comunque da apripista.
Musica per un club di alieni su Marte a migliaia di chilometri sottoterra. La terra trema e non può esimersi dal farlo. Ogni singolo insignificante granello batte, sbatte, ritorna, compone, distrugge.
Fondamenta techno, animo house, screziature elettro. Turbine devastante di generi e influenze. Materiale immortale e immarcescibile. Mai un club terreno potrà riprodurre un ambiente adatto per ospitare timbri, schiocchi, sciabordate di questa portata. Lo spazio verrebbe saturato e l'ossigeno disintegrato. Saturazione inevitabile, insopportabile. Solo il silenzio potrebbe ascoltare.
Suoni moderni, l'acidità che si impossessa del beat nella quinta sessione, quel suono idraulico che Atkins utilizzava quindici anni fa, e che ora l'house imbastardita ha adottato, qui torna a casa. Una progressione di suono che punta verso vette di nuova vita, l'eco analogico unito alla modernità digitale, senza mai invadersi, fondendosi anzi.
Ci si potrebbe chiedere cosa c'è di miracoloso in un album che sembra non avere nulla da aggiungere a quello che disse già in passato Mr. Mastermix, o che non dissero già Hawtin, Silent Phase e soci. La risposta è nell'ascolto. La risposta è la classe sovraumana di un uomo che dopo aver fatto storia, dopo aver fatto spazio alle nuove leve minimali quando il suo tempo sembrava essersi concluso, è tornato a dettare legge. Una legge primitiva, quella del ritmo. Quello di trovare sempre nuove soluzioni in un suono secco e preciso, senza la follia iperproduttiva di quell'Aphex Twin che continua a essere in gran forma.
Atkins è un uomo che mette il proprio suono davanti a tutto. Lo dimostra il centro del disco, la terza e quarta sessione, opposte. L'antitesi l'una dell'altra. La prima risucchiata nel vortice castigato di microvariazioni, di suoni d'ambiente e una cassa, piccola, a scandire il tempo. Uno sguardo a un tempo forse un po' grigio. La seconda, opulenta, macroscopica. La cassa piena, un piano funk e synth a colorare il suono. Raramente una canzone ha avuto così tanto corpo, si sente addosso questa profusione di solarità. È una sensazione incredibile.
La chiusura è affidata al remix e reinterpretazione della prima traccia. Pacou incattivisce il suono, lo rende tribale e trascinante, un beat lento e cupo, come una chitarra degli Jesu è un vortice malato. Una depressione cosmica che muta lentamente per poi morire lentamente. Se ha avuto l'onore di collaborare con un gigante come Atkins non è stato per caso.
Il disco si ferma. Rimane lo stupore davanti alla bellezza di questa creatura. "The Berlin Sessions" è un viaggio nella techno, di qualsiasi estrazione. Juan Atkins ha colpito ancora. La musica elettronica nel 2005 ha ritrovato il suo miglior profeta.


(8,5)

Recensione di Biancalana Alessandro e Guidetti Alberto

Postato da: tmtd a 22:36 | link | commenti |



Edie Sedgwick: "Her Love Is Real... But She Is Not" (De Soto, 2005)

Guardate la copertina. Riconoscete quella faccia spiritata? Si, è lui. Il bassista degli ex-El Guapo (ora Supersystem), tale Justin Moyer che diventa una drag queen. E' lui il protagonista di questo nuovo disco della combriccola. Si traveste da donna, un po' di rossetto, sguardo effemminato, abiti stravaganti (guardare il booklet per credere) tanta voglia di divertire e un nome forgiato per l'occasione: Edie Sedgwick. I titoli delle canzoni dedicati a vari attori (!?!, umoristicamente serio il racconto presente nel booklet). Il disco? Beh, siamo sulle coordinate dell'album uscito da poco sotto il nome Supersystem ("Always Never Again"). L'unica differenza sta nel fatto che l'evoluzione dei nostri è stata su ritmi più dancy, questo riprende l'anima giocosa e lo spirito del divertimento che più gli si addiceva. Per capirici, siamo sulle orme di "Fake French" (firmato El Guapo). Canta solo Justin coadiuvato da Pete Cafarella e Rafael Cohen, e il risultato è uno spasso totale. Drum-machine in delirio, synth presi da forti convulsioni, voci in loop e un sacco di pazzie assortite.
Si parte con un pezzo ("Martin Sheen") basato su un giro di synth simpatico e seguito da un groove veramente contagioso, la voce cangiante che ne segue è perfetta. Si applaudono pure da soli nel finale. Spassoso. Sulle stesse basi si attesta "Sigourney Weaver": synth svolazzante, batteria in amplesso, voce assatanata. Segue una techno-song ("Robert Downey Jr.") da far impallidire: drum-machine possente, organo trattato in sottofondo e voci in loop che rendono il tutto alquanto straniante, ma al contempo originale. Si avvicenda un minuto scarso di pazzia pura ("Lucy Liu"), vari strumentini elettro liberi di intrecciarsi, come non si sentiva dai tempi di "Super/System" (sempre sotto nome El Guapo). Il risultato rimane ai quei livelli. Altra gemma: "Molly Ringwald". Base di basso, ritmo tenuto dalla drum, chitarra molto eterea, coro in loop in sottofondo; mettiamoci altre convulsioni digitali sul finale e amenità assortite: stupenda.
"Michael J. Fox" forgia un suono elguapiano, coretti da sbellicare, rumori che provengono dal nulla, strumenti elettronici sapientemente dosati, fantasia da vendere. Ecco un pezzo tipicamente punky-funk, come vuole il trend attuale ("Arnold Schwarzenegger II"); forse l'unico un po' troppo normale rispetto al disco. Il finale rimane comunque divertente, come sempre del resto. Vera techno in "Tim Robbins", con groove possente, soltanto un minuto rosicchiato, purtroppo. Si prosegue con "Harrison Ford": altro pezzo non dissimile dai tratti descritti sopra, comunque marchiato da ritmi spezzati e da una melodia malata.
Mancava proprio di nominare il buon "Tom Hanks (II)". Ed ecco qua l'ennesimo pezzo da ricordare. Inizio stranamente pacato, con Justin che recita nel silenzio, quando inizia la base musicale sono faville: una drum-machine così giocosa non si sentiva da un po'... da ascoltare in loop per ore. Avanti con un pezzo abbastanza standard ("Sally Field"), forse l'unico un po' stanco. Le coordinate sono quelle di brani piu inspirati, ma la melodia non prende. Li perdoniamo. Il penultimo pezzo è una piece per organo (da messa), rumorini glitch in sottofondo e voce struggevole: interessante. Chiusura affidata a "Haley Joel Osment": altra meteora volante che ti prende e non ti lascia più.
Cosa dire di questo disco? Nel complesso è da ricordare. Nei singoli episodi siamo davanti a un lavoro molto ben fatto, che cade solo su alcuni pezzi un po' meno ispirati ("Sally Field", "Arnold Schwarzenegger II"). Rimane questa la strada che dovranno seguire i compagni del nostro Justin: divertirsi e farci divertire con i loro motivetti accattivanti e la loro fantasia. Lasciar perdere velleità troppo dance e riprendere il cammino iniziato benissimo da "Super/System" e "Fake French". Promosso a pieni voti.

(7)

Postato da: tmtd a 22:31 | link | commenti |

Spoon: "Gimme Fiction" (Matador, 2005)

Provenienti da Austin, Texas, sembrano il solito gruppo di indie-rocker. Quanto di più sbagliato. Ripudiati dalla Elektra (stessa esperienza provata dagli Stereolab) per le vendite non all'altezza.
Linee melodiche fresche e sapienti. Intrecci e rimandi eccelsi, riproposti con gusto e sapienza. Arrivati al quinto disco, il loro itinerario artistico s'è sempre sbrigato egregiamente con un post-punk al vetriolo e un'anima indie. Linee tastieristiche sbarazzine e un'ottima sezione strumentale caratterizzano il loro repertorio. A completare il tutto si aggiunge una voce tipicamente wave.

In questo album cercano di modificare (rinnovare?) il loro stile deviando su un approccio leggermente oscuro e ombroso. Un approccio quasi dark. Sontuoso lavoro sonoro e pregevole precisione certosina nella composizione di ogni singolo timbro. Un impegno tale da rendere le loro canzoni talora irriconoscibili rispetto al passato. Si rimane spiazzati davanti agli episodi del disco.

Già dall'apertura ("The Beast And Dragon, Adored") s'intravede un andamento lento e pacato. La voce non dispiace e si incastona perfettamente con il contorno. Parole decantate con stanca sicurezza. Batteria sfacciatamente slow-core ammalia, chitarra distorta sovente screzia il normale percorso. Un piano sornione impreziosisce con placide note di straziante malinconia. Colonna sonora per un notte scura e ubriaca.
Proseguiamo con la più solare "The Two Sides Of Monsieur Valentine". Immaginaria storia di un fantomatico signor Valentine. Guitar-pop destabilizzato da intramezzi di cello e andamento claudicante, sicuramente non regolare. Gli interventi classici non risultano ingombranti e, anzi, danno un ché di puro e incalzante ai tre minuti scarsi della canzone.

La vera rivoluzione del suono spooniano la troviamo nella successiva "I Turn My Camera On". Irresistibile groove rallentato, batteria in 4/4, voce perfetta e mutata rispetto ai rispettivi episodi. La chitarra scandisce il battito della batteria con regolarità chirurgica. Variegati strumenti acustici fanno da sottofondo. Non un tassello fuori posto. Qua risentiamo il primo Elvis Costello che fa finta di suonare gli Hall & Oates. I più attenti riscontreranno in questo pezzo qualche (lontana) somiglianza. Si tratta, infatti, della riscrittura (completa) della "Emotional Rescue" di stoniana memoria.

"My Mathematical Mind" spiazza con un (iniziale) chorus di piano e un sapiente uso della sezione ritmica. Presa ipnotica e non immediata. Andamento dinoccolato e perfezione d'intenti. Fondere l'estetica naif del carrozzone indie con una composizione spumeggiante e senza pause. Crescendo strumentale sul finire ed esplosione di rumori provenienti da ogni dove. Straniante oltre ogni aspettativa.

Coacervo di chitarre amplessate, nel cuore del disco, in "The Delicate Place". La batteria è introdotta verso il primo minuto da un ritmo contagioso e non lascia scampo. Sparute chitarre spaziali solcano il cammino della canzone. La voce, lodevole e in evidenza per tutto lo svolgersi, snocciola il testo con appararente distacco. Soltanto apparente, visto che il coinvolgimento è massimo. Ammorbante.
Classicità in "Sister Jack". Sulla superficie una ballata elettrica con andamento irregolare e allegro. Solito marasma chitarristico contraddistingue il loro marchio e come al solito non dispiace, rimanendo, peraltro, l'episodio meno rimarchevole dell'opera.

Stupendo pattern di batteria e guitar-session da favola in "I Summon You". Come enfatizzare il mood smodatamente notturno che caratterizza tutto l'album dando quel tocco di originalità senza esagerare. Umili.
Non ci discostiamo nella traccia successiva. Il morboso stomp della batteria fa da compagno al coraggioso (!) synth in sottofondo. Interventi pianistici accostati a sovrapposizioni vocali. Poliedrici.

Arrangiamenti e produzione sfavillante caratterizzano anche le successive tracce senza lasciare mai un anelito di indecisione, né un gusto amaro.
Ritorna un inedito (per loro) synth nella successiva "Was It You?", dove la voce capita sporadica presentando un brano perlopiù strumentale. Stimolanti linee elettroniche stuzzicano l'orecchio, sottofondi di pulviscoli chirarristici terminano il quadro.
Si conclude il cerchio con il rock strapazzato di "They Never Got You" e l'apprezzabile se non decisiva conclusione di "Merchants Of Soul".

Gli Spoon hanno forgiato una formula tutta loro, ovviamente debitrice di band storiche (Television, Sonic Youth, ecc.), ma in ogni singolo angolo innovativa ed emozionante, senza sfoggiare una pedante trasposizione di suoni vecchi di 20 anni.
La nuova via dell'indie-rock americano.

(7)

Postato da: tmtd a 22:24 | link | commenti |

Textile Ranch: "Bird Heart In Wool" (Very Friendly, 2005)

Il genietto dell'indie-tutto Glen Johnson s'inventa un altro gioiellino di artigianato pop.
Il main-project Piano Magic risulta già un'entità extra-ordinaria di questi ultimi anni di musica indipendente, con questo album non fa che confermare appieno le sue capacità di composizione straordinarie. Bozzetti, canzoni monche, voci, rumori. La singola esamina dei pezzi non renderebbe mai il vero senso di questo (capo)lavoro.
Suoni rubati al mondo, estirpati dal semplice scorrere del tempo. Il tempo che percorre un sentiero di luccicante bellezza. Si percepisce un qualcosa di famigliare scorrendo le tracce. Ci perdiamo-ritroviamo davanti a questo guazzabuglio di timbri materiali, essenziali, granitici.

Loop, scricchiolii, battiti, fischi, aneliti, disfacimenti, strabordanti estraneità sonore.
L'elettronica va a braccetto con tutto ciò, si accompagna come se seguisse la stessa strada maestra, come se non ci fosse distinzione tra ciò che è concreto e ciò che è finto.
I suoni creati dalle macchine riproducono un battere ossessionante e corposo, invadente, evanescente. Il tocco di non-umanità a un suono sfacciatamente puro.

Acusticità deformata, mai presente nella sua forma naturale. Strumenti dissimulati, sterzati, deviati, destabilizzati. Percussioni, xilofono, tocchi di chitarra, chissà quali altri strumenti. Il risultato è un qualcosa di cristallino, deciso, puntuale.
Le voci rimangono al di fuori. Non vogliono essere troppo invadenti, non se la sentono proprio. Decantano la loro presenza con parole sottili, minimali, misurate, delicate. Voci di donna, l'essenza stessa della dolcezza.

Ascoltare questo disco è come trasportarsi in un mondo diverso, perfetto, elegante.
Mai un'invadenza, mai un'intromissione malintenzionata. Il nostro corpo non viene mai aggredito. Le nostre orecchie non vengono mai minacciate. La pace assoluta regna nella nostra mente. Ci lasciamo trasportare da queste terre che parlano, che non smettono mai di emanare un qualcosa chiamato canzoni. Quelle canzoni che vorremmo sentire ogni volta che siamo soli, ogniqualvolta il nostro animo è afflitto da dolori indicibili. Le canzoni immerse nell'aura di color dorato, ricoperte di luccicante patina, impreziosite da sapienza terrena.

Un'opera senza limiti di catalogazione, impossibile da contestualizzare in un filone musicale. Per farsi definire basta ascoltarla. Con calma e passione. Davanti a un fuoco. A occhi chiusi. Soli. Ammirando senza profferire una parola. In silenzio.

(7,5)

Postato da: tmtd a 22:21 | link | commenti |



Boduf Songs: s/t (Kranky, 2005)

No, non è l’ennesimo affiliato al fortunato filone dei cantautori tristi e depressivi, né tanto meno il risultato di un’estetica musicale studiata o costruita a tavolino. È soltanto una delle migliori tra le recenti produzioni di minimalismo acustico, dai toni sommessi, oscuri ed avvolgenti, originati da non altro che una sensibilità artistica permeata da uno scarno songwriting e da ambientazioni sonore spoglie, ridotte all’essenzialità di una chitarra acustica appena supportata da qualche campionamento o drone in lontananza.
Boduf Songs è il moniker dietro al quale si cela Mat Sweet, cantautore di Southampton, il cui omonimo album di debutto corrisponde in realtà al demo spedito a suo tempo alla Kranky, i cui cervelli (senza dubbio in un unicum con i cuori) sono rimasti a tal punto fulminati da questi nove tenui bozzetti sonori, da decidere di pubblicarli nella loro versione originaria, senza alcuna modifica o reincisione. L’immediatezza un po’ lo-fi da “musica da cameretta” traspare tutta nella mezz’ora scarsa di durata di “Boduf Songs”, così come anche si intravede attraverso essa l’ambientazione nella quale l’album è stato creato, nell’intimo isolamento di un autore alle prese con la sua ispirazione ed i pochi mezzi tecnici a disposizione, al riparo dal fin troppo banalmente immaginabile paesaggio grigio del sud dell’Inghilterra, tra alberi spogli battuti dal vento ed una natura dai contorni aspri ma sublimi al tempo stesso. Gli stessi contorni presenta infatti la musica di Sweet, sospesa tra un approccio cantautorale degno del Kozelek più depresso ed l’attitudine concettuale ad un’asciutta psichedelia rurale che intreccia oscure componenti elettroniche all’acusticità più cristallina, conseguendo in ciò un risultato di uno spessore forse mai più raggiunto dall’epoca di “Further” dei Flying Saucer Attack.
Lo scorrere del disco è una passeggiata in una foresta maledetta, l’atmosfera si fa sempre più oscura e morbosa, immagini di dolore appaiono sovente davanti ai nostri occhi, le note di una chitarra spartana sono un puntiglioso incedere che sa di dolore e inquietitudine, un elettronica minimale ma tagliente sfigura una manciata di secondi dall’apparente dolcezza armonica.
Il viaggio di estenuante malinconia inizia con la toccante “Puke a Pitch Black Rainbow To”. Una confessione d’un male commesso e mai rivelato, le lacrime scorrono copiose, solo un timbro sommesso, una nota di piano alimenta sospetti, una voce sussurrata e malandata recita la sua poesia. Ventate di elettronica pacata sono un freddo maligno che ci taglia il viso, un dolore insistente e piacevole al contempo.
Scendiamo ancor più negli inferi con la successiva “Claimant Reclaimed”. Un accordo di chitarra frenetico e incessante viene ripetuto in maniera pedissequa, alternato con cambi di tono, e una solita voce appena udibile, un pugno di vocabili tanto misteriosi quando diretti e precisi. Una battito metallico risuona velenoso, lo segue a ruota uno strappo elettronico tagliente e lacerante. Sembra di sentire il ballo malzano e maledetto d’un gruppo di folletti neri ed oscuri, una danza funesta e nefasta.
Un piccolo inframezzo vagamente ambientale in “Our Canon Of Transportation”, fra nastri in loop, suoni legnosi e delle folate di brezza crudele che sono docilmente devastanti.
Un mantra folk ombroso e nero, si spande fra le lande infestate del disco, un accordo vagamente sognante dipinge un cielo burrascoso, la voce pian piano si sfilaccia ed arriva a sdoppiarsi, rendendo il tutto più straniante. Un racconto al limite del fiume con un temporale in arrivo ed una sbronza da smaltire. Una novella dal nome “This One Is Cursed”.
Ancora quel pezzo di cuore che piange emana un canto monco e mistico, nella successiva “Grains”. Leggermente ci concediamo ai meandri di una composizione dai sapori scontrosi e distaccati. Timbri chitarristici sono un pulviscolo di polvere ai lati di una strada abbandonata, un piccolo organo malandato è una luce che illumina il buio, parole distanti sono il lamento di un vecchio, nell’angolo più dimenticato del mondo.
“Lost In Forests” è un vero e proprio pezzo slow-folk. La chitarra suonata con un incedere rallentato e stanco, le note distanziate da attimi di puro silenzio, il ritmo praticamente inesistente, sfiancanti attimi di pausa fra un frangente di cantato e l’altro. Il tutto si trascina con un andamento spossato e sfinito, una canzone alle fine dei suoi giorni. In conclusione, un drones dondola impertinente per circa 20 secondi, ondeggiando con un suono ferroso e stridente.
Un immediato intreccio di contrappunti sgangherati si scioglie con un fare scombinato nel passo successivo, “Ape Celebrate Your Vague Words”.
Altro cantico strimpellato e starnazzato da un menestrello infausto, le note di uno strumento dannato, la voce dai contorni stanchi e sospettosi, un’atmosfera saturata di rumori e cattiveria si crea nell’aria.
Anime elettroniche scorrazzano fra uno spazio e l’altro, le note, una nota dopo l’altra, si fanno lo sgambetto a vicenda, sovrastandosi fra loro, fino a una pausa, o alla fine, colma di silenzio immaginifico.
“Oh Celebrate Your Vague Words And Coquettish Sovereignty” non è una canzone per animi felici, è un oblio di oscurità che colma la nostra voglia di solitudine.
Uno scampolo fatto di colori cattivi ed oscuri, una conclusione scomposta e solenne, il principio della fine si concretizza con le prime note stellari di “Vapour Steals The Glow”.
Un vibrante suono spaziale veleggia un cielo notturno, con insistenza disturbante, emanando un fracasso digitale fatto di stelle e colori. La litania di congedo viene snocciolata con sottomissione e distacco, un timbro dopo l’altro si fa emaciato e distrutto, piccole parole d’un sognatore compongono storie fantastiche e immaginifiche. Ancora clamori ingombranti si (ri)presentano infettando un suono già di per se malato, gli ultimi secondi sono un frenetico sciabordare d’una chitarra ferrosa, un fischio invisibile e la voce che si scioglie gradualmente.
Opera che sa di male e dolore, piccolo testamento d’un demone silenzioso e triste, volenteroso di raccontarci le sue favole e le sue storie, le storie di un mondo fantastico e misterioso. Un mondo composto di suoni quando delicati e sinuosi, quando scostanti e difficilmente accoglienti.

(7,5)

recensione di Biancalana Alessandro e Raffaello Russo

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Caroline: "Murmurs" (Temporary Residence Limtied, 2006)


La splendida realta’ della Temporary Residence c’aveva gia’ abituato a una musica magica e sognante, deliziosamente apprezzabile. Da quel gioiellino ambient che e’ il disco di Eluvium, passando per gli storici Fridge (Four tet ne e’ il responsabile), fino ad apprezzare nuove leve come i Nice Nice e le conturbanti prove dei Tarentel.
Arrivati al 2006 arriva quasi in sordina, come una stella scintilla in cielo, il debutto di questa ragazzina, un angelo proveniente dal Giappone.
Originaria di Okinawa, consegue un diploma in una rinomata scuola d’arte musicali a Boston, nel 2003. Nonostante questo la sua casa e’ Los Angeles.
Le sue canzoni sono un candido cullare di suoni gentili e concilianti, la sua voce e’ una lacrima glaciale che scende da un viso angelico, un piccolo suono risplende fra i confini di un cielo sereno, un battito effigia minuscoli animaletti che saltellano per una foresta.
Un disco pop, quel pop straziato da una realta’ troppo limitante, una manciata di composizioni fuori dal tempo, un tripudio di sensazioni consolanti e toccanti. Il pianto di uno spirito celeste, il canto di un essere solitario e infelice, un sorriso fatto di letizia e amore, un suono che profuma come un campo di fiori rigogliosi.
9 pezzi di un cuore pulsante, parti di uno stesso modo di adorare gli attimi, frammenti di un pianeta fatto di dolcezza e candore.
Tutto inizia con un fiato che starnazza pomposo ed ingombrante, fra uno xilofono che tintinna spensierato, un suono di tastiera centellinato come le gocce di una medicina preziosa. La sua voce entra in gioco e il cuore inizia gia’a perdere colpi. Il suo afflato e’ assolutamente emozionale, un tono vocale d’altri tempi, fra una parola che vola alta fra le nuvole bianchissime e una frase che compare malinconica. Un tono metallico pare una pioggia che cade incessante, fra il sole splendente e un arcobaleno che colora il cielo. Battito digitale e finto sostiene un ritmo fiabesco, ancora quella tromba borbotta, frasi dai contorni arrotondati. Questa e’ “Bicycle”, e siamo solo all’inizio.
“Pink & Black” e’ una canzoncina per un prato soleggiato, un tepore primaverile e una giornata da passare fra un raggio di luce fastidioso e un filo d’erba profumato. Un andamento inizialmente sostenuto ci propone un brano timido e appartato, dal suono dream. Un’arpa riempie l’aria di schegge di cristallo, una percussione elettronica scalfisce con gentilezza, parole come ”i must confess I feel uneasy,
my cheeks weigh heavily” esprimono imbarazzo ed ingenuita’. Un improvviso scatto ritmico ci trasporta in una corsa verso l’orizzonte, ci conduce verso un obbiettivo inarrivabile, la felicita’, contrastata da un mondo pazzo. Un mondo gaio e triste, come ci dice sul finire. Una verita’ malcelata vieni fuori con pacata prepotenza.
Un piccolo pezzo di diamante trasparente si intravede ascoltando ad occhi chiusi “Sunrise”. Un’atmosfera incantata, una chitarra emana note celestiali, miseri tocchi d’un organo vibrante, dei cori lontani e sensibili, un rumore lontano si tramuta in deliziosa sporcizia di sottofondo. Un testo fatato ci insegna che e’ possibile sognare, ci e’ concesso immaginare un mondo fatto di oro, argento e gioia.
Giungiamo a uno delle canzoni piu’ emozionanti e commoventi degli ultimi anni.
“Where’s My Love” e’ un qualcosa di irrealizzabile con le parole. Voglio provarci a presentarla.
Una foresta di contrappunti tintinnanti fanno da anticamera a una visione onirica che si tramuta in realta’. Il desiderio d’amore, uno spasmodico bisogno di affetto. Quando la sua voce dondola spensierata, quando ci racconta il suo dolore e le sue inquietiduni, quando narra lacrime perse e strazianti. La musica e’ quanto di piu’delicato si possa sentire, stille di elettronica spumeggiano radiose, lo xilofono dipinge con tinte sfavillanti, un piccolo folletto saltella su una tastiera e ci rimangono le sue note soavi. Un miraggio sonoro fatto di splendore, incanto e magia fatata.
Si cambia completamente registro compositivo, con la movimentata “Everylittlething”. Un’inizio vagamente pacato si tramuta in miriade di sciabordate digitali, una sorta di IDM spaziale. Si rimane leggermente spiazzati davanti al cambiamento ma non dispiace.
Non è un passo azzardato, anzi, lo stile canoro è lo stesso, cambia il soltanto il contorno musicale, ed il risultato è perfettamente coeso e ben riuscito. Un ballo d’un gruppo di angeli con ali dorate, vesti bianche e capelli lucenti.
Dopo l’incursione in una dimensione ballerina, viene riproposta la solita suggestione sonora, con la seducente “All i need”. Una gemma che sa di spazio ed è colorata da screziature vivaci, uno luccichio inusuale la circonda. Parole come “My nose is pressed against the window of your heart, got lost in the maze that leads to you” esprimono una sorta di malumore sornione e una tristezza nascosta, come si costudisce un tesoro inestimabile. Una perlina dream-pop, sfumata da alcune intromissioni dolcemente invasive.
Piccoli ricordi scattanti e disturbatori si materializzano con la vibrante “Drove Me To The Wall”. Un sottofondo acquoso e scorrevole è affascinanante e cattura, carpendo i nostri sensi, una chitarra suona curata e accarezzata, una miriade di puntini sonori si generano ciclicamente, disorientando. La voce viene sdoppiata e dilungata, un vocalizzo si proietta in paradiso, il finale è un graduale sgretolarsi del ritmo e un progessivo avvicinamento al silenzio.
Interferenze pop sono ciò che ci propone l’estatica “I’ll Leave My Hearth Behind”, pulsante e viva, un motivetto viziato da un afflato cordiale e affascinante, una percussione incontrollabile scappa e fugge, scheggia in ogni direzione. Un piano mette in ordine una manciata di note distese, un gemito sibilante è un frangente di dolore.
Conclude con tatto e garbo “Winter”. La cantilena sull’avvento di una stagione scontrosa e sgarbata ma affascinante e gioiosa. Una sorta di ambient-pop sporcato da polveri stellari, sdruciture lievi e toni armoniosi.
La graziosità di questo album esce da ogni limite immaginabile, tinto da una pittura sinuosa e docile, rifinito con precisione maniacale, uno scrigno contenente tesori sorprendenti e senza prezzo.

(8)

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