Pensieri e immagini d'un essere estraneo
tmtd in Takeo Toyama: "...
utente anonimo in Takeo Toyama: "...
12k
comaneci
diandra
disasters by choice
franz
gutevolk
Hafssól
Italy Gig List
J-music
microsuoni
moshi moshi
Ondarock
piana
randolph
sig. sapio
son of a gun
stream of consciousness
technicolors
temporary residence
there is a light
tujiko noriko
umanuvem
oggi
dicembre 2009
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
visitato *loading* volte


Melodium: "There Is Something In The Universe" (Disasters By Choice, 2006)
Una musica nata per caso.
La storia che porta questo adolescente mai cresciuto a comporre le sue musichette è molto tenera e singolare. Dall’età di 10 anni, con i pochi strumenti a disposizione, si è cimentato nel proporre i suoi sogni, i colori dell’arcobaleno, attraverso ingenui acquarelli elettronici. Acquisita esperienza con i propri giocattolini, e passato diverso tempo, all’età di 24 anni, entra in contatto con un certo Glen Johnson, sì, proprio lui, il front-man dei Piano Magic. Il fortuito “incontro” avviene attraverso la richiesta di un disco degli Isan, “Beautronics”, tramite l’etichetta di Glen (una sublabel della Rough Trade, la TugBoat Records). In contemporanea, Laurent, spedisce alcune cassette con i suoi motivetti registrati, tentando la fortuna. Il destinatario apprezza ed è in questo istante che inizia la carriera di Melodium, con il primo 7”, il meraviglioso “Rhythmi”.
Esplorando in lungo e in largo tutte le potenzialità espressive della commistione tra strumenti acustici e strambi trattamenti elettronici, in questi anni, Laurent, è riuscito a cesellare una delle formule più interessanti ed attraenti in un ambito così affollato e in crisi di sovrapproduzione. Attraversando con cautela ed attenzione i suoi tratteggi sonori si può percepire un qualcosa di tradizionale ma al contempo estraneo, una mistura di sensazioni differenti, piccoli rintocchi gentili, un soffio di freddo vento glaciale, caldi ritmi danzanti.
Particolarmente significativi, per quanto riguarda la produzione passata, il primo disco sulla lunga distanza “QuietNoiseArea”, e il recentissimo “La Tête Qui Flotte”. Due rigoli di rugiada freschissima, pungenti e dolci, pacati e timidi nel loro modo di entrare in contatto con le corde emozionali.
Concentrandosi sul disco in questione, c’è una prima cosa da sottolineare: è pubblicato da un’etichetta italiana, romana, per la precisione. La “Disasters By Choice”. Uno dei fondatori della label, Salvo Pinzone, si è interessato da sempre alla musica di Melodium, pubblicando diversi dischi anche in passato, supportando il musicista in fase di mixaggio. L’etichetta rappresenta una realtà di grande valore artistico nel panorama italiano, dimostrando come l’ambiente cosiddetto “indie”, nel nostro paese, non sia completamente assente.
L’opera è una scatola colorata che sprizza colori sconosciuti, quando si chiude su sé stessa, schiva e timida, quando rivela tutte le sue interiora, emanando melodie giocattolose e ripetitive, componendo la colonna sonora adatta a un mondo decorato da un mattino soleggiato e un pomeriggio mai troppo dolente nel dover lasciare spazio alla notte.
Le quindici tracce qui proposte contribuiscono nel creare un’atmosfera pacata e sognante, attraverso l’uso moderato e gustoso di manipolazioni elettroniche, un utilizzo mai eccessivo né disturbante, solo un elemento per rendere più intenso l'apporto dato dai tutti gli strumenti usati: la chitarra acustica, quella elettrica, qualche nota di banjo, varie percussioni elettroniche e non.
“Prologue” è un introduzione quantomai interrogativa, sorretta da dondolanti loop estatici, la successiva “The Plio-Scene Is Away” smembra il normale andamento di un accordo innocente e inconsapevole, sovrapponendo, mano a mano che il tempo passa, cigolanti timbri glitch, rumorini metallici, sibili soavi, gracili strutture minimali.
Soave motivetto primaverile in “Weird Voices Inside My Head”, decorato da un beat claudicante, reso lucente da una nota di chitarra che scappa veloce, lasciando dietro di sé una scia piena di colori vivaci.
Scoppiettio intermittente nella stupenda “Please, Destroy The Piano”. Un synth balzella come una pallina di gomma, scomposizioni synth-etiche sfasciano e ricuciono, implosioni elettroniche sconquassano tutto e niente. Un gioiellino guarnito da una patina rigogliosa.
Coppia di episodi ombrosi: rimbalzi di chitarra nella oscura “He Will Be Killed Tomorrow”, desolazione e ossessioni in “In A Complete Solitune”.
Appare la voce con un fare estasiato, attorniata da una musica inusuale e cullante (“You Are No One, Like Everyone”), singulti si fanno largo proliferando con velocità inimmaginabile in “Dragged Down Into The Bottomless Hole”.
Nella seconda parte del disco si sentono forti somiglianze con un artista dalle coordinate musicali simili, un altro francese, Montag. In episodi come “The Can't Get Inside Of You” o “The House Is Surrounded” si sente una forte volontà di ricerca, senza fossilizzarsi su certe linee melodiche già troppo battute. Inoltre, le similitudini con il conterraneo si fanno sempre più vicine, quasi avessero inconsapevolmente accordato di lavorare assieme.
Alto tasso di creatività nel finale, attraverso la sequenza di tre gemme a nome “I Know Is Crimes”, “Do You Remember That?” e “Of Course, I'm Guilty”. La prima effigia un ritmo schiamazzante, con ancora la voce a supporto, la seconda sfiora il limite della musica concreta, ibridando campionamenti e composizione tradizionale, la terza è un’amabile canzonetta scomposta.
Conclude con dolcezza e tatto l’amabile title-track, impreziosita da xilofoni, nastri in reverse, deliziosi rumorini con il sorriso smagliante.
“C’è qualcosa nell’universo”, recita il titolo. Ad oggi, l’unica stella meritevole d’aver luce propria è questa opera, silenziosamente attraente e velocissima, vagante nello spazio immenso.
(7,5)
recensione di Alessandro Biancalana
Playlist of the week -- 17/06 - 23/06
in risalto:

Cassiopia: "Blue Bird Tone" (360°, 2003)
sotto il moniker si nasconde miroque, la deliziosa artista elettronica giapponese.
già autrice del bellissimo Botanical Sunset, in questo album riesce a sviluppare ulteriormente la sua scrittura, cesellando bozzetti elettronici di raffinatezza artigianale, con un gusto molto minimale, quasi concreto. fra un piccolo battito che scorre felice fra le orecchie, ed uno sfrigolio di synth che sprizza colori, s'intromette un piccolo rumorino misterioso, quasi in maniera dispettosa, senza chiedere il permesso.

Worm Is Green: "Automagic" (Arena Rock, 2004)
elettronica dal nord, fredda e gelida. Islanda, precisamente.
il disco è veramente un gioiello, ibridando con sapienza e fantasia fantasmi del trip-hop che fu, in una salsa vagamente glitch, con l'aggiunta di una angelica patina pop.
dall'intro saltellante, animato da spiriti schizofrenici, della title-track, attraversando le sinuose sembianze di The Robot Has Got The Blues (cantata splendidamente), fino alla ballata piano/elettronica strappa-lacrime di Shine.
la bellissima cover di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division marchia a fuoco il disco, calato in un'atmosfera quando ombrosa, quando schiva, gentile e scostante. un pezzo magico, trasformato, palpitante, un viaggio nel mondo degli inferi del signor curtis.
scomposizioni pop d'alta scuola, nella sorprendente Morning Song, mai doma, e ritmicamente scomposta, quasi sconclusionata. la voce di Gudridur Ringsted è una pugnalata al cuore.
non mi rimane che citare la malinconica Outline, con la voce di Birgir Hilmarsson degli ampop.
la più bella ossessione di queste settimane, questo disco.
lasciatelo scorrere senza paure, piano piano riuscirà ad ammorbare ogni piccola parte di voi.
poco altro:
Holy Sons: "I Want To Live A Peaceful Life" (7)
Phon°noir: "Putting Holes Into October Skies" (7,5)
Tenniscoats: "The Ending Theme" (7)
Secede: "Tryshasla" [8]
Worm Is Green: "Push Play" (7)
Midlake: "The Trials Of Van Occupanther" (7-)
Aki Takahashi: "Piano Works" [8]
Art Of Noise: "The Best Of The Art Of Noise" [8]
The Racounters: "Broken Boy Soldiers" (4)
William Schaff
ho scoperto, grazie alla segnalazione di una persona speciale, questo artista, già apprezzato inconsapevolmente attraverso le ultime cover degli okkervil river e di song:ohia aka jason molina.
questo artista è davvero un pazzo, quasi visionario nelle sue idee.
i suoi personaggi sono animali con chitarre al posto delle gambe, semiumani, scheletri pifferai, visioni paradisiache trapiantate dall'inferno.
ha disegnato cover per artisti magnifici: oltre ai già citati okkervil river e songs:ohia, cliff edwards, locandine per drekka e iditarod, ancora dischi per Darren Jackons ed altri.
una citazione a se per una band che amo particolarmente, gli eyesores..due i dischi finora pubblicati: May You Dine on Weeds Made Bitter by the Piss of Drunkards e Bent at the Waist.
queste le due copertine, rispettivamente:


a me, sopratutto la prima, ha impressionato per espressività e disorientamento cromatico..
lo sguardo dell'uomo è molto deluso, quasi malinconico, gli oggetti posti in maniera disordinata, l'atmosfera leggermente straniante. bellissima, piena di senso. un gioiellino.
la cover di songs:ohia che più apprezzo è proprio la sua, quella di Magnolia Electric Co. del 2003.

ne rimango folgorato ogni volta che prendo l'album in mano..
il fulmine e il fiore ai due angoli del disegno, il gufo dolente in posizione di preghiera..
una serie di immagini adatte ad ogni tipo di interpretazione..
per finire, un'altra copertina magnifica di un'altra band interessante, gli In Gowan Ring

lo stile è quello, ed ho trovato molte similitudini con il booklet dell'ultimo degli Okkervil River (Black Sheep Boy). rosso scuro, nero, qualche tocco di grigio.. sguardi dolenti..
non so che farci, amo tutti i suoi disegni..
altri lavori si possono trovare sul suo ricchissimo (e bellissimo) sito.

Verdure: "The Telescope Dreampatterns"
è folk? forse sì..
ci sono varie svisate rock, con strumenti di contorno molto belli ed evocativi..
percussioni di ogni sorta, voce sofferta e malandata, un numero impressionante di strumenti acustici sconosciuti e un sacco di amenità sonore provenienti chissà da quale strumento..
composizioni tuttosommato regolari, non troppo sconclusionate, ma al contempo movimentate, registrazione decisamente lo-fi, molto essenziale..
la durata dei pezzi è immediata, non si superano i 4 minuti. questa scelta è mirata e voluta, visto che permette di cesellare canzoni non prolisse e ridondanti, in cui le idee vengono concetrate nell'arco di pochi minuti, rendendo ogni singolo episodio molto coeso e mai dispersivo..
non da ascoltare a rotazione, ma in una notte malinconica fa sempre il suo effetto..
Playlist 10/06 - 16/06
in risalto questi:

Aoki Takamasa + Tujiko Noriko: "28" (Fatcat, 2005)
lo riascolto dopo mesi ed è sempre la solita emozione.
Vinyl Words è una delle più belle canzoni ascoltate in questi ultimi anni. la mia favola preferita.
tujiko al suo apice espressivo come cantante e musicista.
[8]

The Dolls are Vladislav Delay - Antye Greie - Craig Armstrong (Huume, 2005)
anche la glitch-girl tedesca non scherza, eh..
questo album, insieme al suo fido Delay e il compositore Craig Armstrong, è puro istrionismo pop.
minimalismi techno, sperimentalismi ritmici, convulsioni elettroniche..
un album che pare un contenitore sul punto di esplodere con forza, ma non ci riesce mai..
l'esecuzione live di star like il 18 aprile (c'erano solo AGF e Delay) è stata stupenda, un turbine d'emozioni incredibile..
[7,5]

Luke Slater: "Freek Funk" (NovaMute, 1997)
techno dritta, misteriosa, bellicosa.
fulmini elettronici e tuoni ritmici, tempeste digitali, stravolgimenti sintetici.
spesso dimenticato, luke, rimane uno degli artisti elettronici più importanti del decennio scorso.
[8]

Utada Hikaru: "Ultra Blue" (2006)
finalmente sono riuscito ad ascoltare il nuovo album di utada..
ok, keep tryin' è molto bella..un ottimo singolo, molto ben costruito, con la sua voce sempre in ovvia presenza..
però alcune canzoni questa volta mi son sembrate stanche, un pò fiacche.. non so, forse la sbornia per tomiko van, che ha un modo di scrivere e cantare completamente diverso, mi ha condizionato..
per ora mi pare un album buono ma non bello, al contrario di Exodus, il disco dell'anno scorso..
per me dire queste parole è un grosso dolore, non una delusione, ma ci siamo quasi..
continuerò ad ascoltarlo, sperando di cambiare opinione..
(6,5)

Edith Frost: "It's A Game" (Drag City, 2005)
forse sarò stato poco attento, ma di questo album non se n'è mai parlato abbastanza..
spesso nel giro del post-rock che conta(va), Edith Frost cesella un album che pare il disegno colorato di un tramonto leggermente nuvoloso..
la bellezza astratta di Emergency, storielle incantate e mistiche (A Mirage, Lucky Charme), sembianze vagamente jazz in My Lover Won't Call.
la sua scrittura è sempre diventata, con il tempo, più profonda e intimista, incentrata nella sviscerazione del dolore meno conosciuto, nelle parole non banali, in una storia magari malinconica, in un racconto dai tratti misteriosi. le sue canzoni sono essenziali, prodotte con un tocco appena percettibile, gentilmente cantate, eseguite con il cuore in mano.
non riesco a togliermi dalla testa alcuni frangenti, rimangono dentro il mio cuore anche dopo l'ascolto, incredibile il suo modo di lasciare indelebile nell'ascoltatore le sensazioni per così tanto tempo. ma forse è soltanto un fatto soggettivo.
fate vostre queste canzoni e non ve ne dividerete più..
(7,5)
questo è il resto:
Dudley Perkins: "Expressions (2012 A.U.)" (7,5)
The Smiths: s/t (7,5)
Boduf Songs: s/t [8]
Annie: "DJ Kicks" (7)
Viktor Duplaix: "DJ Kicks" (7,5)
Robert Hood: "Internal Empire" (10)
Robert Hood: "Nighttime World Volume 1" (9)
Rollerball: "Catholic Paws / Catholic Pause" (7)
AGF + Zavoloka: "Nature Never Produces The Same Beat Twice" (7,5)
Alla Zagaykevych: "Motus" (7)
Taylor Deupree: "Northern" (7,5)
Taylor Deupree & Kenneth Kirschner: "post_piano 2" (6+)

oggi il giappone ha pareggiato con la croazia.
partita molto molto divertente e ricca di cambi di fronte.
zico ha cambiato assetto e s'è visto il risultato.. squadra più compatta, meno ballerina e più solida dietro..
fantastico kawaguchi, come al solito, para il rigore e fa un paio di miracoli.. se non avesse preso le farfalle con l'australia..
yanagisawa credo vincerà il trofeo per il gol più facile sbagliato.. io non lo so.. kaji e takahara triangolano perfettamente e lui si mangia un gol del genere.. neanche il peggior inzaghi l'avrebbe tirata alta!
zico era incredulo..
migliori decisamente nakata, che sfiora il gol su un miracolo di pletikosa, e ogasawara che sembra una scheggia.
croazia buona squadra, sfortunata ma tuttosommato spuntata..
ormai sono fuori tutte e due, salvo miracoli.
per la croazia mi interessa relativamente, per il giappone tanto tanto... 
dai, sono felice lo stesso... m'è bastato vedere qualche inquadratura degli spalti e i sorrisi dei giocatori. l'impegno ce l'hanno messo e si son viste pure buone cose.
contro il brasile mi guarderò la partita con il sorriso anche se perdono 8 a 0.

giappone e germania si uniscono.
cantante nipponica più due musicisti tedeschi.
Fumi Udo la lei, Heinrich Köbberling e Viktor Marek gli altri due.
fanno conoscenza l'un altro per caso in giro per concerti, in Germania, e capiscono che è il caso di iniziare a fare musica insieme.
quando sensibilità simili si incontrano, difficilmente ne esce qualcosa senza passione.
sì, la loro musica è piena di passione e amore, gentilmente adagiata sui quei beat sostenuti ma mai aggressivi, quando un canto giapponese racconta fiabe sconosciute, uno strumento a fiato borbotta scorbutico.
il cantato di Fumi è simile alla prima tujiko noriko, magari più ombrosa e meno "giapponese".
si sente che è rimasta fortemente influenzata dalle vocalist europee, il suo stile è meno cristallino e più minimalistico (c'è un motivo per il corsivo, poco sotto lo si scopre..).
la loro musuica è un mondo a se stante, un piccolo mondo deliziosamente appartato e dispettoso.
quando nel 2000 ascoltai il primo LP rimasi molto sorpreso..

8 Doogymoto: "Untitled" (reis*/reis-schallplatten, 2000)
elettronica soffice e astratta, qualche accenno hip-hop, piccole scie di colore luccicante.
un album piccolo e prezioso, una stella dimenticata, dispersa, abbandonata a se stessa in un cielo mai così solitario.
quella Ten Million Days rimase dentro le mie orecchie per giorni e giorni, fischiettare una melodia ed essere felici. una favola sonora di rara dolcezza, cesellata dalle mani di un artigiano attento e innamorato del suo lavoro.
tutti potenziali singoli, non c'è un frangente stucchevole, le melodie si incastrano perfettamente nel cantato (ancora un goccio acerbo) di Fumi, le schizofrenie elettroniche non lasciano scampo nemmeno un microsecondo.
e perciò pezzi come As We Go To Eat, Ashimoto e Catch A Ride si distinguono per fantasia, graziosità, gemme non raffinate, lasciate scorrere senza freno posson far male, ma senza esagerare.
dopo il 12" dal nome Dakewa, più sperimentale e meno immediato, arriva il loro primo vero e proprio disco, nel 2003.

8 Doogymoto: "Minimalistico" (Soundslike, 2003)
il compimento della loro musica.
qua si trova il quadramento di tutte le loro influenze, del modo di intendere la melodia e gli incastri sonori sono perfetti, senza una sbavatura.
la voce di Fumi è completamente attestata su un registro ombroso e minimale, senza eccedere nè strafare. la musica è di difficile definizione. si potrebbe dire indie-tronica, trip-hop, down-tempo. c'è un pò di tutto.
non mi va tanto di etichettare questo sogno musicale, preferisco lasciar andare le parole.
l'iniziale title-track è bella, fatata, gelida, cattiva..
fiati scorbutici, microscopici beat sintetici, frasi ripetute, quasi sussurrate, un piccolo tamburo malandato effigia un ritmo scomposto. un drone sibila fra le fondamenta ammorbate, rigoli di elettronica scintillante schizzano in ogni direzione. non bella, magica.
il synth-pop dondolante e colorato di O-Kyaku scorre via fra sorrisi e tinte attenuate, il minimal-pop di Tabetai regala frangenti di misteriosa bellezza.
un pò di strumenti acustici nella successiva Kaelu No Uta, loop di chitarra, sfrigolii meccanici, tastierine appena sfiorate, la voce ancora più profonda e intensa. il battito della drum-machine è un rintocco deciso e dolce, una folata di vento insistente.
hip-hop mutante, che strania leggermente, in Wash Your Soul con un andamento pazzoide e sconclusionato, Tupperware schianta il silenzio con il suo perfetto connubio fra chitarra, battiti e miscelazioni elettroniche.
Taglia e cuci molto fine e divertente in Parasol, fra un loop vocale in bassa fedeltà, una canzoncina delicata e povera, andamento strano e inqualificabile nella successiva Don't Tell Me, un vortice di intuizioni attraenti.
Dakewa è forse il pezzo più deciso, un techno-pop mai eccessivo, sempre attento a non superare una certa linea di ritmo, gli inserti di synth sono un rigurgito doloroso, ancora la voce, sempre più poliedrica, a ricamare trame melodiche sensibili.
conclude l'elettro-folk-pop scanzonato e sconclusionato di Breathe Out.
sì, sì. sono sicuro che vi innamorerete di questi tre ragazzi.
viva il giappone e (poi) la germania!
ecco i dischi che ho ascoltato in queste settimane, in ordine sparso:
Helios: "Eingya" (7/8)
Tomiko Van: "Farewell" (7,5)
Action Biker: "Action Biker EP" (6+)
Action Biker: "Elephant And Castle" (7)
Action Biker: "Sandy Edwards" (7+)
Rocky Votolato: "Makers" (7)
Maps Of The Heart : "Drawn To Light" (7)
Azalia Snail: "Fumarole Rising" (7-)
Worm Is Green: "Automagic" [8]
Tower Recordings Collection (7+)
Tigerbeat6: "Crack We Are Rock! Cosmic Mind Flight" [8]
The Gris Gris: s/t (7)
Taylor Deupree + Eisi - Every Still Day (7,5)
Gutevolk: "Suomi" (7+)
Miroque: "Siro Cocoon" (7)
Miroque: "Mimi Koto" (6+)
Miroque: "Botanical Sunset" (7+)
Cassiopia: "Blue Bird Tone" (7)
Phosphorescent: "A Hundred Times Or More" (7)
Piano Magic: "The Opencast Heart EP" (7+)
Piano Magic: "Incurable EP" (7)
Opiate: "While You Were Sleeping" (5,5)
Anois: "Tracery On A Frosted Window EP" (7)
And His Voice Became: "3 Tracks EP" (7)
Anomaly: "The Long Road" (7)
Disco Inferno: "D.I. Go Pop" [8]
Disco Inferno: "In Debt" [8]
due paroline su:

Modern Institute: "Excellent Swimmer" (2006, Expanding)
uhm, sì, è indie-tronica ambientosa e pare pure a prima vista un dischettino caruccio e niente più.
attraverso ascolti approfonditi invece mi sono accorto che l'anima di questa opera è profondissima..
ricami classici e deliziosi, mai invadenti, preziosi e vivaci. elettronica soffice e puntigliosa, piccole instabilità sintetiche fanno da contorno ad una miriade di acusticità lievi e soffici.
cello, violino, chitarra, percussioni minimali, turbine di note spezzettate e mai rumorose, solo leggermente disturbanti.
Stairs è una favoletta tramutata in musica, balzellante e tiepida, Reginatta della Techno un gioiellino di collage sonoro, fra gocce di acqua elettronica che zampillano, un ritmo che sale progressivamente e si scompone al tempo stesso.
Flaka cesella paesaggi ambient-acoustici di rara raffinatezza, con il suo incedere pacato ma internamente movimentato, le note di una tastiera sognante sono povere ed estatiche.
Quadretto di malinconia digitale in Ambientone, il paradiso e i suoi colori in Two Hours Without Ego.
sogni e tinte attenuate, suoni d'acciaio e rumori silenziosi.
(7,5)
I miei japan-boys hanno perso, oggi, contro l'Australia..
primo gol regalato ai nipponici, poi penalizzati per un rigore netto negato..
son stati sbagliati troppi gol facili, sempre sull'1 a 0.
sperando in un miracolo con la Croazia, mi consolo con queste foto..
deliziosa sopratutto la prima..
risultato finale: 3-1. gol di Nakamura al 26', all'85' e 88' Cahill, chiude Aloisi al 92'.


Helios: "Eingya" (Type Records, 2006)
Dopo l’album “Unomia” (Merck, 2004) e svariate tracce disperse per la rete, Keith Kenniff, giovane ed attivissimo compositore americano, conduce finalmente il suo progetto Helios al naturale e quanto mai felice approdo dell’ottima Type Records, per la quale lo scorso anno aveva già licenziato, sotto il moniker Goldmund, quel piccolo gioiello di minimalismo pianistico satie-iano di “Corduroy Road”, oltre ad aver curato il remix di “Dial” di “Deaf Center”, presente sull’EP “Neon City”.
Delle sue due vesti artistiche, Helios è senza dubbio la più complessa ed articolata, nella quale Kenniff riesce a coniugare mirabilmente le fragili parti per pianoforte con un registro sonoro ricco di impronte acustiche ed incorniciato da un utilizzo dell’elettronica discreto e perfettamente integrato con le componenti “classiche”, a creare paesaggi sonori onirici e sospesi, accostabili tanto alla calda fluidità pianistica di Harold Budd, quanto alle astratte esplorazioni ambientali di Eno, quanto ancora alle moderne suggestioni filmiche di un ideale percorso che da Badalamenti conduce fino alle opere di Labradford e Pan American. Tali elementi sono già tutti riscontrabili nell’iniziale “Bless This Morning Year”, che fin dai primi secondi avvolge con la sua melodia circolare i sensi dell’ascoltatore in un’atmosfera ovattata – generata dal perfetto equilibrio tra il fondale sintetico ed il delicato dialogo tra chitarra e piano – lentamente disgregata, dopo un emozionale passaggio pianistico, da un beat man mano più aspro che però, come i pezzi da colonna sonora di Piano Magic, conserva i propri tratti sognanti, senza mai giungere ad intorbidare la cristallina purezza di un suono dai delicati contorni umbratili.
Come facilmente intuibile dal brano introduttivo, tutto il lavoro risulta caratterizzato da un andamento compositivo circolare ed incrementale, nel cui dilatato alveo ambientale il contributo dei vari strumenti si stratifica gradualmente per poi scolorire (“Halving The Compass”), mentre in altri frangenti l’austera asprezza di un beat sporca appena l’immobilità sintetica dello sfondo (“The Toy Garden”), oppure una sospirata speranza dona il cuore all’arioso romanticismo del pianoforte (“Dragonfly Across An Ancient Sky”). Ed in questo risiede una delle qualità più evidenti delle composizioni di Kenniff, quella di riuscire a bilanciare elementi classici, acustici ed elettronici, riempiendo di calore e dolcezza, grazie ad un approccio immediato ed emotivo, le parti suonate, tecnicamente ineccepibili, e finanche i vari drone e field recording ripetutamente affioranti nel corso dei cinquanta minuti dell’album. Così, all’impronta marcatamente classica di “Dragonfly Across An Ancient Sky” – soffusa ballata acustico-pastorale costellata da accenni ritmici e da lievi asperità elettroniche – fa subito da contrasto l’astrattezza ambientale malata di “Vargtimme”, caratterizzata da un unico drone che si srotola con gentilezza e tatto per tutti i suoi quattro minuti, evocando l’inafferrabile quiete orchestrale degli Stars Of The Lid di “The Tired Sounds Of…”. Analogamente, alla tiepida ambientalità introdotta dalla limpida chitarra acustica di “For Years And Years” – forse la composizione più strutturata, ma ben presto digradante verso una quiete ambientale contrappuntata soltanto dalla dolcezza finale del piano – fa da contraltare l’essenzialità sfuggente delle scarne note pianistiche di “Sons Of Light And Darkness”, appena corredate da beccheggi e ticchetti di un fantasma ululante, con un’intensità ed una raffinatezza che riporta alla mente lo splendido “E Luxo So” dei Labradford.
Il marasma di contrappunti libera nell’atmosfera sapori teneri e malleabili, piccole particelle di suono prendono quota ed esplodono con un rumore soave e gentile, microscopiche schegge di fracasso schizzano in ogni direzione. Le note di un piano sofferente piangono i dolori di una vita malandata, il battito di uno strumento meccanico effigia lo scintillare tintinnante di una goccia di rugiada lasciata cadere da un fiore. L’incedere sgangherato di un beat è il fremito di un cuore innamorato delle tinte di un tramonto tremendamente silenzioso.
Kenniff si sbizzarrisce poi in molteplici variazioni del suo registro espressivo, dosando gli elementi strutturali della sua musica, destrutturandoli e riassemblandoli in continuazione, secondo una interminabile serie di combinazioni, tali da produrre sensazioni poliedriche. L’andamento sgangherato di “Coast Off” pare la colonna sonora per un ballo scomposto, un beat sordo e claudicante detiene un qualcosa di attraente, il suono vagamente sghembo del pianoforte viene periodicamente intimorito dalle note di una chitarra mai così dolente. Sul finire, viene lasciata nuovamente possibilità ai tasti del pianoforte di sprigionare emozioni gelide e colorate, prima che gli strumenti prendano a dialogare tra loro, creando un solido contrasto tra la loro calda acusticità e l’astrattezza di echi in lontananza. In quel dolce soffio di brezza primaverile che è “Paper Tiger”, predominano invece sbarazzini accenti ritmici, bollicine digitali trasparenti e brillanti, chitarre liquide ma mai così concrete, prossime addirittura alle dilatate suggestioni acustiche di Jimmy LaValle dei Tristeza, magari appena rielaborate come nel suo “In A Safe Place”, a firma The Album Leaf, il cui fioco sole nordico si affaccia in “First Dream Called Ocean”, piccolo sogno fatato ad occhi aperti, nel quale le tastiere sciabordano libere, in una quieta esistenza ambientale che evoca facilmente le astrattezze di Brian Eno. Infine, “Emancipation” congeda il lavoro con solo poche note di chitarra acustica su una dilatazione di fondo, cesellando nuvole spumose, raggi di luce tenebrosa e sensazioni sconosciute.
Un album timidamente nascosto nella sua timorosa ricerca della felicità, così predisposto ad elargire timbri ovattati e sibilanti, adatto per un giorno di desolata malinconia, cuori fragili da consolare e sonnacchiosi pomeriggi da impreziosire con una musica al cui suono persino la placida contemplazione del trascorrere del tempo smarrisce la propria incoercibile vacuità.
(7,5)
Recensione di Alessandro Biancalana e Raffaello Russo