Suoni Alieni

Pensieri e immagini d'un essere estraneo

raffa, la giraffa


mi occupo di:

  • * informatica

  • * recensioni

  • * ascoltare

  • * giappone

  • * cuoricini

  • * ciliege rosse

  • * pop

  • * sogni

send me a mail

a.xiuxiu@gmail.com

bottoncini mania

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

reading..

Kuroyanagi Tetsuko

"Totto-chan"

watching..

Phillip Noyce

"Sotto Il Segno Del Pericolo"

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

per visualizzare correttamente questo blog, è consigliato l'uso di mozilla firefox.

listening..

 

i am addicted to:

Mika Nakashima

Ai Otsuka

Anja Garbarek

Tomiko Van

Josephine Foster

Lush

Chihiro Onitsuka

Tujiko Noriko

Emilie Simon

Caroline

Belly

Trespassers William

Antenne

Phil Elvrum

Piana/Naoko Sasaki

Okkervil River

Aoki Takamasa

Worm Is Green

Montag

AGF

Arab Strap

Lali Puna

Cocteau Twins

Mazzy Star

Kate Havnevik

The Konki Duet

Last Days

Feist

Flunk

Bogdan Raczynski

Camera Obscura

Secede

Leila

Midaircondo

Bel Canto

Laika

Velocity Girl

Helios

Amanda Rogers

Andrea Parker

Vladislav Delay

Takagi Masakatsu

Autour De Lucie

Annie

Beth Gibbons

Black Tape For A Blue Girl

Dot Allison

Trembling Blue Stars

Jimmy Edgar

Psapp

Orchestral Manoeuvres In The Dark

Sarah Harmer

Leona Naess

Cara Dillon

Proem

Sarah Blasko

Laurent Garnier

http://files.splinder.com/211dfe2fa6035936ef3d00e1b1cf8b51.jpeg
domenica, 30 luglio 2006

Playlist 22/7 - 28/7/2006

in questa settimana ho riscoperto molte formazioni d'inizio anni 90' trip-hop che avevano molto da dire ma che non hanno mai avuto la meritata visibilità.



One Dove: "Morning Dove White" (Polydor, 1993)

con la voce di Dorothy Allison si riesce a creare questo ed altro.
questo album è nato dalle mani della stessa dorothy e di altri due musicisti: Ian Carmichael e Jim McKinven.
non solo trip-hop ma anche electro, campionamenti classici, qualche ritmo dub, tanta fantasia compositiva.
si passa dalla ossessionante Fallen (bellissimo l'inizio), si attraversa quella perla oscura che è With Love, si rimane cullati dalla ninna-nanna digitale di My Friends, colma di battiti e rimbombi provenienti dal silenzio.
Sirens è una danza impercettibile, una perla satura, un gioiello di lucentezza rara.
i remix posti in coda all'album, composti da altri artisti ma in cui hanno collaborato gli stessi componenti della band, sono il perfetto bilanciamento fra cadenze sommesse e suoni più decisi.
dorothy, poi, dopo lo scioglimento della band, si darà alla carriera solista con il nome dot allison, inciderà degli album di bellezza cristallina, non otterrà successo. come sempre, ovviamente.

[7,5]



Dubstar: "Stars - The Best Of Dubstar" (EMI, 2005)

ho voluto prendere la raccolta uscita l'anno scorso perchè m'è sembrata la scelta più coerente.
la band è composta da tre componenti: Sarah Blackwood, Steve Hillier e Chris Wilkie.
autori di album quasi perfetti e perfettamente bilanciati fra influenze synth-pop e anima trip-hop come Goodbye e Disgraceful, si son sempre distinti per un gusto grazioso per la melodia.
sì, la melodia. la varietà di suoni e stili presenti in questa raccolta (ed anche nei dischi citati) è innumerevole. Il ricordo del synth-pop si fa sempre più presente (Anywhere, Not So Manic Now), i momenti malinconici e romantici si distinguono per intensità (Jealousy, Swang Song), la ritmicità è sempre presente, soffusa e ombrosa (The Self Same Thing, I (Friday Night)).

[7,5]



Bowery Electric: "Lushlife" (Beggars Banquet, 1999)

questo forse è il migliore dei tre di cui sto parlando.
più l'ascolto e più mi stupisco di quanto questo album meriti attenzione, al pari del capolavoro del genere, Dummy dei Portishead.
la voce come ovvio è femminile e la lei in questio si chiama Martha Schwendener e il responsabile delle musiche sarebbe Lawrence Chandler.
l'iniziale Floating World è bellezza incantata allo stato puro. i battiti cadenzati ad intervalli regolari mettono i brividi, la voce di martha è un solco di paura sognante, gli archi che circondano l'atmosfera costruiscono pian piano un qualcosa di mistico. ascoltare questa canzone è un'esperienza immaginifica.
soltanto per questo pezzo bisognerebbe ascoltare il disco.
ma poi c'è anche Shook Ones, ruvida e martellante, si affaccia con gentilezza Deep Blue e non lascia scampo con il suo incedere minimale, sfugge nel finale la colonna sonora per una notte tempestosa dal nome Passages.
secondo il mio parere è un album che deve essere riscoperto in tutta la sua bellezza.

[8]

il resto:

Antimatter: "1998-2003" (7)
Antimatter: "Planetary Confinement" (7)
Mazzy Star: "So Tonight That I Might See" (7+)
Feist: "Monarch" (7,5)
My Robot Friend: "Dial 0" (6+)
Keren Ann: "La Disparition" (7)
Omnio Trio: "Skeleton Keys" (7)

Postato da: tmtd a 23:44 | link | commenti (10) |

venerdì, 28 luglio 2006



Psapp: "The Only Thing I Ever Wanted" (Domino, 2006)

L'incontro fra Galia Durant e Carim Clasmann è stato provvidenziale.
La loro musica è essenziale e preziosa, una forma-canzone che vive i suoi attimi di gloria fra un ritmo scomposto e una voce sbarazzina. L'elettronica che circonda spesso la struttura compositiva delle tracce è solo un elemento in più e non una presenza ingombrante. Sì, perché la loro formula è composta da vari elementi che di volta in volta si ibridano con naturalezza, componendo canzoni raffinate, cesellando bozzetti di rara grazia.
Già autori, l'anno scorso, di un album molto interessante ("Tiger, My Friend"), gli Psapp, arrivano al 2006 consapevoli delle loro capacità compositive, tese a sfruttare fino in fondo una poliedricità innata e maturata negli anni, in grado di comporre un album slegato da ogni contesto musicale, semplicemente bello, semplicemente necessario.

Non è facilissimo riuscire a riassumere in poche righe la cifra stilistica di questo duo, essendo le loro influenze fra le più disparate. Sicuramente sono amanti del pop cantautorale, ma al tempo stesso si percepisce una forte volontà di ammorbare questa base con vari elementi estranei. E perciò si sentono ritmi glitch, strumenti acustici fra i più disparati, campionamenti fantasiosi e improbabili.
Quanto detto poco sopra trova compiuta dimostrazione in "King Of You": la partitura puramente glitch che si dipana nei primi secondi si collega con naturalità al resto della canzone che pian piano si svolge, aggiungendo elementi e arricchendo la sua struttura. La voce di Galia, come in tutto il disco, si dimostra matura e ombrosa, oscura e molto affascinante.
Anche la precedente "Hi" è uno dei pezzi pop più belli del 2006. Percussioni piccole e dolci, campionamenti microscopici, chitarre balzellanti, il cantato profondo e sensuale di Galia; il groove dai ritmi altalenanti che si sviluppa per i quattro minuti della traccia sfiora la perfezione e chiarisce da subito come finalità artistica del duo sia l'equilibrato bilanciamento tra una raffinata forma-canzone e ambientazioni sonore giocosamente post-moderne.

In "This Way" entra poi in campo un forte uso del campionamento, effigiando ancora una canzone a dir poco inattaccabile, che concettualmente sembra rasentare accenni di trip-hop decostruito. Xilofoni dal sapore soave, un beat scomposto ma seducente, archi incisivi e frizzanti: il tutto si mescola con grande genuinità e lo scorrere dei secondi è un puro piacere melodico. "Needle & Thread" prende degli elementi dalla prima e dalla terza traccia, li mescola con sapienza, restituendo per l'ennesima volta una favoletta incantata, mentre è una sommessa essenzialità a prendere il sopravvento in "New Rubbers", costruita soltanto intorno a poche linee di pianola amatoriale, dal forte contenuto emozionale, appena incorniciate da un beat indolente, sulle quali si innesta, inaspettato e romantico, il dolce suono degli archi.
"Trycicle" è leggermente slegata dall'afflato minimale che avvolge le tracce precedenti, si attesta su un andamento più sbarazzino e regala alcuni attimi di preziosità pop.
Ma la raffinatezza cantautorale latente un po' in tutti i brani si manifesta in maniera splendida in "Hill Of Our Home", che affianca a un esile beat sintetico beccheggiante, il suono cristallino del pianoforte, supportato da un azzeccatissimo contrabbasso e da delicate percussioni jazzy ; è questo il brano nel quale si rivela più evidente la vocazione degli Psapp verso avvolgenti ballate dal sapore classico, ma trasformate e rielaborate in un moderno contesto, non poi così distante dal folk malato e obliquo di band quali Tunng o Grizzly Bear, anche se qui ingentilito dalla voce della Durant e, in definitiva, molto più compunto.

Superata questa parentesi sognante, i campionamenti e l' uptempo di "The Words" vivacizzano l'atmosfera in maniera quasi violenta, dando forma a una disinvolta canzoncina dal marcato sapore pop, il cui ritmo caracollante viene dissolto soltanto dal florilegio di archi dei suoi secondi finali. A confermare la continua alternanza di momenti e sensazioni, provvedono poi i due minuti di sola voce e piano di "Make Up", esattamente quello che non ci si attenderebbe in un album del genere: una ballata soffusa e minimale, nella quale l'ovattata sobrietà della voce dolce-amara della Durant carezza l'oscurità, rivelando un'intensità tale da collocarla al livello delle migliori "donne al piano" della musica d'oggi (il pensiero corre, inevitabile per quanto sorprendente, addirittura a Lisa Germano).
Ma come quello dal sogno bucolico "Hill Of Hour Home", anche stavolta il risveglio giunge prontamente, con "Eating Spiders", altra pop-song dondolante e ritmata, che pian piano digrada per lasciare il campo ai toni fiochi della sghemba ninnananna finale "Upstairs", tutta imperniata sulle morbide chincaglierie elettroniche che hanno caratterizzato l'intero lavoro, qui decisamente virate alla pacatezza e alla nostalgia. Una sorta di malumore incantato fuoriesce da queste note essenziali e semplici, una canzone triste e gentile, timida e pensieriosa. Un soffio di dolore rassicurante.

Nel complesso, gli Psapp hanno creato un album di leggerezza controllata, gradevole e traboccante di un accuratissimo gusto pop, che scioglie le elucubrazioni sonore in divertimenti elettronici mai pedanti né fini a se stessi, ma anzi calati in una cornice affascinante e raffinata, che sviluppa da vicino le intuizioni avanzate dai Pram un decennio fa. Sia che lo si voglia considerare la declinazione in chiave fruibile di casalinghi esperimenti glitch, sia che lo si annoveri tra le moderne trasformazioni del pop contemporaneo, "The Only Thing I Ever Wanted" risulta un'opera fresca e godibile dall'inizio alla fine, elegante ma non per questo pretenziosa, malinconica e sbarazzina, amabile e insostituibile.

(7)

recensione di Raffaello Russo e Alessandro Biancalana

Postato da: tmtd a 23:54 | link | commenti (2) |



Cortney Tidwell: s/t (Ever Records, 2006)

lei credo sia un'esordiente. dalle belle speranze.
questo (mini)album è formati da 6 canzoni in bilico fra cantautorato folk e tentazione dream-pop.
ogni composizione è intrisa da una forte componente evocativa e sognante, il suono è molto delicato e ovattato, tanto che in diversi frangenti sembra di sentire l'urlo di un angelo sperduto per il cielo.
la sua voce è molto profonda, tanto che vengono fatti paragoni con liz fraser, hope sandoval e leslie feist.
paragoni molto importanti ed impegnativi ma tuttosommato azzeccati, visto che il suo cantato è molto simile a queste artiste.
Hard 2 Tell è un pezzo immediato ma al tempo stesso profondo ef emozionante. i cori che circondano l'atmosfera, la batteria impazzisce, la sua vera voce continuare a cantare, il sogno pare avverarsi improvvisamente.
The Light è una ballata folk al rallentatore, So I'll Go Out And Meet My Love incatena le nostre menti con un andamento strascicato, la parte centrale, invece, è un colorato sbocciare di fiori, con un rumore dolce e soave.
La finale Ever Queen è ancor più rareffata e disturbata, vengono inseriti degli impercettibili trattamenti elettronici (campionamenti, nastri in reverse), la voce si squaglia in un mare di luce.
bello, bello, bello.

Postato da: tmtd a 14:51 | link | commenti |

sabato, 22 luglio 2006

PLAYLIST OF THE WEEK <--> 15/07 - 21/07



Yagya: "Rhythm Of Snow" (Force Inc. Music Works, 2002)

un ottimo album di deep-house minimale e fortemente riflessiva.
i paesaggi sonori si dipanano con calma quasi ambientale, i battiti si sentono in lontananza come se fossero relegati in un lontano passato. la grazia melodica di questa musica è fantastica. Conflusce nella stessa formula la sapienza minimalista di Philip Glass con la genialità di Basic Channel.
Il successivo Will I Dream During The Process? è addirrittura migliore, leggermente più movimentato, meno evocativo.

[7,5]



Howie B.: "Snatch" (Palm Pictures, 1999)

non si sa perchè howie è sempre dimenticato, quandi si parla della storia elettronica degli ultimi anni..
fatto sta che questo album è davvero molto significativo e importante.
una sorta di miscuglio jungle minimale, trip-hop e ambient. geniale? forse..
l'iniziale Gallway è un ambient movimentata da breaks stellari, Cotton High è un capolavoro di mescolanza ritmica.
Folk, uscito nel 2001, sarà carino e niente più, questo, invece, forgerà un modo di fare elettroncia molto imitato e apprezzato un pò ovunque fra gli addetti ai lavori.

[7,5]



Dot Allison: "We Are Science" (Mantra Recordings, 2002)

agli inizi degli anni '90 era la cantante di quella grande band che furono gli One Dove.
capaci di mescolare cadenze dream-pop con ritmiche dance, sublimando la loro arte in quel discone che è Morning Dove White.
finita quell'esperienza, si è tuffò nella carrierra solista, riprendendo il discorso lasciato in sospreso, sviluppando una forma canzone tutta sua.
questo album è minimale e oscuro, impreziosito da testi intelligenti ed estrosi, decorato da una musica bellissima ed evocativa. Substance è un elettro-pop sapiente e deciso, You Can Be Replaced è una vera ibridazione fra elettronica e drema-pop. un vero gioiellino.
I Think I Love You è un techno-pop ritmico e ossessionante, oscuro e geniale, Lover (in cui collaborano i Mercurey Rev[/i], e si sente) è un electro-dream-pop affascinante e sinuoso. Un'altra conferma di quanto sia estrosa e poliedrica questa artista.
purtroppo è dal 2002 che non rilascia nemmeno un singolo, spero vivamente che ritorni il prima possibile.

[8]

il resto:

One Dove: "Morning Dove White" (7,5)
Nika Soup and Saya Source: "Ipiya" (7)
Sachiko M: "You Never Atone For" (7)
Sachikko M: "Sine Wave Solo" (6,5)
Yukihiro Takahashi: "Neuromantic" (7)
James Figurine: "Mistake Mistake Mistake" (7+)
Nathan Fake: "Drowning In A Sea Of Love" (6-)
Kid Loco: "A Grand Love Story" [8]
Cristian Vogel: "Beginning To Understand" (9)
Poni Hoax: s/t (7-)

Postato da: tmtd a 12:24 | link | commenti (2) |

venerdì, 21 luglio 2006



Cristian Vogel: "Beginning To Understand" (Mille Plateaux, 1994)

conosciuto principalmente per la collaborazione con Jamie Lidell dal nome Super_Collider.
Insieme, sono riusciti a creare un riassunto di musica inusuale e nuova.
però, cristian, prima di questa attività, ha mandato alle stampe degli album che hanno fatto storia. un tassellino di techno l'ha messo anche lui.
questo è il suo esordio ed anche la prova più importante della sua discografia.
cataclismi electro-techno di provenienza spaziale, claps come se piovesse, sperimentalismi di derivazione minimal. è un album che si trasforma in incubo pian piano che progredisce. bastardo, cattivo e stridente.
L'iniziale Machine è un continuo sbattere di una drum-machine plastica e rimbombante, sibili di un synth irriconoscibile, scrosci di rumore danzerino creati da un complesso di musica dance aliena.
Sub-Aqua (Scuba Dub) è inizialmente un tripudio di suoni electro che sciabordano liberi e confusi, successivamente gli immancabili claps mutanti mettono in campo patterns scomposti e sgangherati, componendo quel tipo di pezzo che ti fa trasportare direttamente su in cielo. Gommosità stellare.
Hupklap è una vera e propria droga elettronica, perchè, quando confluiscono scemenze ritmiche, tastiere allucinogene e loop metallici, c'è davvero da perdere la testa. ma proprio ascoltare e letteralmente impazzire. la cassa che sbatte con cadenze ravvicinate è pura libidine techno.
Alien Conversation è davvero un pugno nello stomaco alienante. Sentire le voci provenienti dal pianeta sconosciuto e percepire il salire di un rumore che lascia straniti. Cresce, con lentezza dolorosa, un battito sordo e minimale, il rintocco di un ritmo danzerino e schizofrenico, l'inizio di un marasma notturno di rara bellezza compositiva.
lasciate andare mani e corpo sulle note di Scorpio, strozzate ogni rumore estraneo davanti al capolavoro della title-track. sì, perchè questo pezzo è davvero fantastico. Golosi contorni plastici effigiano una degli spaccati di electro-techno più belli mai ascoltati. Qua c'è dentro Carl Craig, qua c'è dentro tanta minimal, nelle viscere di questi minuti c'è qualcosa di veramente prezioso. L'aggiungersi di vari armamentari percussionistici non fanno che ingolosire ancora di più l'ascoltatore, rendendolo completamente inerme davanti (anzi, di fronte) a un qualcosa di così trascinante.
Going The Distance è la colonna sonora per una passeggiata in un cimitero oscuro. Passaggi di synth gocciolanti dolore, scomposti suoni acustici, battiti di drum-machine decisi e puntuali. Bollicine digitali spumeggiano con apparente felicità, i cigolanti suoni simil-metallici conferiscono al pezzo un qualcosa di misterioso. A me questa traccia fa davvero paura (in tutti i sensi..), sopratutto mentre l'ascolto di notte.
Space Between Stars si lancia in una sorta di trance sognante e ripetitiva, lasciando nella memoria dell'ascoltatore quello scatafascio timbrico che è la parte centrale della composizione. grooves che si schiantano l'un con l'altro, stop&go, rullanti che sfumano nel silenzio dopo un effetto destro-sinistro da lasciar con la bavetta alla bocca.
Heartfelt è più minimale e meno d'attacco, adatta per un ballo solitario e gentile, condotto da quel synth che non fa che suonare cosmico, trasportato da una tastiera saltellante. L'unico pezzo che rimane con i piedi per terra, senza sfigurare.
Il finale spetta alla fantasiosa No Time Remaining (00:00). Stramberie targate Vogel.
questo è un disco che rimarrà per sempre ricordato come un qualcosa di fondamentale.
i love this techno.

Postato da: tmtd a 22:18 | link | commenti |



Poni Hoax: s/t (Tigersushi, 2006)


eccolo il disco dell'estate!
alta dose di ruffianeria electro-rock, battiti quasi techno, ritmi new-wave.
autori di un singolo bomba dal nome Budapest nel 2005, arrivano al disco d'esordio nel 2006.
uscito proprio in questi giorni.
c'è una forte componente ritmica in queste canzoni ma non mi sembra di sentre dei suoni stridenti o fuori luogo. il tutto è architettato in maniera accettabile. si passa dall'attacco electro-rock, al pezzo più melodico, fino alle sferragliate rock quasi garage.
perciò, se Budapest è un siluro electro-clash (divini i violini campionati), She's on the Radio è un mezzo omaggio/scopiazzatura al David Bowie berlinese. un pezzo peraltro molto piacevole e scorrevole.
Carrie Ann è melodica e distesa, fra cori femminili e un rullante di batteria che non si ferma un attimo.
Ancora new-wave elettronica estrosa in Involutive Star, scatti ritmici che vanno dalle parti di quel rock a bassa fedeltà tanto amato in Drunks and Painters on Parade.
La componente classica di raddoppia e infarcisce in maniera decisa gli episodi più delicati del disco, peraltro sempre supportati da una base percussionistica ben presente e sempre poliedrica.
Come non piazzare un episodio punk-funk, visto che ora va così tanto di moda? Ed eccoti lì L.A. Murder Hotel. Storta, scema, scomposta e danzerina. proprio il pezzo che ci vuole per dare quel colpo ritmico che mancava alla seconda parte del disco.
ancora archi di una certa caratura emozionale nella penultima She Sells Anger, ombrosa e oscura, circondata da una miriade di tastiere elettroniche deliziosamente anni 80'.
conclude la discreta piano-song Le Fil Du Temps, bella, ma leggermente estranea dal contesto delle altre canzoni.
forse sarà un disco usa e getta, ma a me sta piacendo veramente un bel pò.

Postato da: tmtd a 18:32 | link | commenti |

giovedì, 20 luglio 2006

POP FRANCESE

Quasi per caso, ultimamente, mi sono imbattuto in artisti pop francesi..
apprezzato uno, mi sono lanciato nella ricerca di artisti simili e mi son lasciato guidare dal mio gusto musicale..
in bilico fra malinconia, dolcezza e amore, i dischi che ho potuto ascoltare sono tutti bellissimi..
non mi aspettavo un tocco così delicato e leggero, proprio no.
erano nomi mai sentiti, conosciuti grazie a una persona a cui devo molto, non rimpiangerò mai abbastanza il fatto di non averli conosciuti prima.
fra i tanti ascoltati, vorrei mettere in risalto tre figure: Télépopmusik, Emilie Simon, Autour De Lucie

Télépopmusik



I ragazzi sono: Fabrice Dumont, Stephan Haeri (aka 2Square) e Christophe Hetier (aka Antipop).
2Square ha rilasciato nel 2004 un album downtempo a nome Superconductivity.
se magari siete dei nostalgici e amate questi suoni, potreste innamorarvene..
pubblicato il prima EP nel 1998, il loro successo è nato dalla pubblicazione dell'esordio Genetic Wolrd, con l'heat stra-radiofonico e stra-bellissimo che è Breathe. Ora, il titolo e il gruppo non vi dicono sicuramente niente, ma se ascoltate la canzone son sicuro che l'avrete già ascoltata. Credo di ricordare fosse in una qualche pubblicità.
Comunque sia, un album molto buono, forse un pò troppo astratto, a tratti scostante.. ad ogni modo, Free, Dance Me e la stessa Breathe sono gemme pop di rara raffinatezza.
però, con tutto rispetto per l'esordio, il successore, dell'anno scorso, è un'altra storia..



Télépopmusik: "Angel Milk" (Capitol Records, 2004)

un sogno, un vero e proprio sogno.
di album pop così belli raramente se ne trovano, e a dir la verità è un bene, altrimenti saremo abituati troppo bene..
sarà che qua dentro ci lascio un bel pezzettino di emozioni, ma lo ritengo un qualcosa eccezionale.
si sentono ovvi rimandi al trip-hop, soffi di elettro-pop delicatissimo, miscugli hip-hop, addirittura tentazioni glitch.
il trittico iniziale è un colpo al cuore: Don't Look Back, Stop Running Away, Anyway.
la prima si adagia dolcemente su una voce che pare un angelo volare fra i cieli, un piccolo battito elettronico flebile, un goccio di rugiada digitale di consistenza trasparente. un favoletta pop per chi ancora chiede qualcosa dall'amore.
la seconda è più distesa e sognante, incentrata su rigoli elettronici di provenienza non ben definita, ancora voci femminili aggraziate, pungenti anime elettroniche, percussioni digitali, un'atmosfera di malinconia che pervade ogni singola nota.
La terza chiama al microfono un componente maschio, ma il risultato non si sposta di una virgola.
le coordinate cono quelle: voce dolce + elettronica pacata + attitudine sommessa. In termini così tecnici e cinici parrebbe una canzone normale.. Invece no, è speciale. lo è perchè il ritmo non è il solito che si può sentire in un qualsiasi album elettro-pop, lo è perchè ama incantare i suoi ascoltatori, lo è perchè emoziona senza esclusioni di colpi.
finita questa introduzione, il resto dell'album è altrettanto positivo. solo che non posso descriverlo tutto sennò il thread diventa lunghissimo.
mi limito nel segnalare la strappa-lacrime Brighton Beach, l'hip-hop mutante di Last Train To Wherever, le pazzie jazz della sorprendente Love's Almighty.
i remix pioveranno da tutte le parti, il meritato successo in terra natia pure, la promessa per un prossimo album nel 2006 pure. io aspetto con il cuore in mano, speriamo arrivi presto, ne sento il bisogno.

Emilie Simon



Emilie, oltre ad essere bellissima, è una cantautrice con i fiocchi.
con all'attivo due album, scrive la colonna sonora del bellissimo La Marcia Dei Pinguini di Luc Jacquet, uscito in Italia da pochi mesi.
partiamo con l'esordio omonimo.



Emilie Simon: s/t (Barclay, 2003)

in questo suo primo disco il cantautorato è molto mimimale e composto, sempre incentrato su trame ritmiche scheletriche ed essenziali. i suoni presenti fra queste canzoni non sono mai più di una manciata. una tastiera, qualche battito di batteria, loop vocali. oh sì, la voce.
se vi dico che mi viene quasi da accostarla alle mie fatine jappo? beh sì, lo posso proprio fare perchè lei ci va davvero vicino. e perchè dovrei paragonarla con loro? semplicemente perchè il suo cantato è fatato proprio come una Tujiko Noriko o una Nika Soup qualsiasi.
solo che la lingua è il francese. una lingua attraente, c'è poco da farci.
veniamo alle canzoni.
L'incedere semplice e scalpitante di Lise, lascia con il sorriso sulla bocca, sopratutto quando fanno capolino degli archi azzeccatissimi. Il tripudio di xilofoni, batteria spazzolata e voce filtrata è fantastico.
Secret riprende certi territori trip-hop/pop già sperimentati in passato senza risultare sciatta o vuota.
anzi, vengono aggiunti quegli elementi che ci fanno scordare tutto. come quella chitarra lacerante che sovente prende il volo, come quel ritmo scompostissimo che cambia sembianze ad ogni secondo, come, ancora, un organo farfisa modificato che inanella una nota più bella dell'altra.
Ci sarebbe da parlare per una notte intera su quest'album.
mi limito ad attirare su alcuni episodi chiave.
Flowers, che canta così :"You are so sweet, i am so in love with your dreams..". I pulpiti timbrici, uniti alla sua voce deliziosamente minimale, donano una grazia innata a questo pezzo.
Dernier Lit è uno scintillare di note cristalline che si trasforma in danza tribale, Blue Light è il pop come lo vorrei sempre sentire, Il Pleut è un quadro appena iniziato che prende forma piano piano, sotto le mani di un artista paziente e gentile.
dopo la colonna sonora sopracitata e quest'album, un attimo di silenzio, per lei.
poi arriva il 2006. ed arriva anche il suo nuovo album.



Emilie Simon: "Vegetal" (Barclay, 2006)

non so se è un capolavoro, se è un disco importante o se qualcuno fra 5-6 anni se ne ricorderà.
l'unica cosa che conta, ora, è che questo albumo è bellissimo. basta, no?!
i ritmi si fanno più pieni e rock rispetto al suo predecessore ma la qualità non ne viene intaccata.
a partire dalla fabietta Alicia (Stereolab?), si rimane già spiazzati con il rock inusuale di Fleur De Saison. L'inizio è perfetto, semplice, immediato, ben fatto. La canzone prosegue fra pause ritmiche, un groove di batteria irresistibile, e il suo gusto come cantante che sembra non svanire mai.
Le Veil Amant è forse il più bel pezzo mai scritto da Emilie. Rumorini, glitches, xilofoni assortiti, percussioni piccine-picciò, vocina appena percettibile. Credo che lo sforzo compositivo profuso per portare a termine una canzone così sia stato molto.. ascoltare anche solo una volta per rendersene conto.
Se le convulsioni classiche di Sweet Blossom (cantata in inglese) non erano una novità, le tendenze dream-pop di Opium sono davvero una sorpresa. Un centro pieno, sottolineo.
Si percepisce, ad ogni canzone ascoltata, un animo comune che pervade ogni composizione.. è un qualcosa che contraddistingue il suo stile compositivo, di cui non riesco a trovare un difetto.
vedere Dame, per esempio. Sterzate rock, elettronica sibillina, chitarre acide e dolci al tempo stesso, una voce più "presente" rispetto al passato, un gusto per gli strumenti classici innato e mai fuori posto.
i campionamenti di Swimming poi ci fanno immaginare una sua nuotata in piscina, con quel fruscio bagnato in sottofondo.. i loop vocali, ancora una volta, donano un qualcosa di diverso al pezzo, così bello che lascia stupiti. La sua formula si evolve e non è mai uguale. Anche qua xilofoni, ma anche percussioni più cupe e rimbombanti.
Capirete quanto sia difficile inquadrare un'artista così poliedrica, sempre in bilico fra un genere e l'altro, sempre con l'orecchio pronto ad accoglire un ritmo o un suono particolare.
a poco la mia recensione.

Autour De Lucie



questa è la band in cui si sente maggiormente l'impronta trip-hop.
sono in piedi da tanto, questi francesini, dal 1992.
i componenti sono i seguenti: Valérie Leulliot (voce, chitarre, organo, melodica), Fabrice Dumont (basso), Jean-Pierre Ensuque (chitarre, synth) e Sébastien Buffet (batteire, percussioni).
hanno fatto 4 album. uno più bello dell'altro, e sempre differenti, sia come approccio compositivo, sia come risultato ultimo.
L'esordio è forse il più significativo.



Autour De Lucie: s/t (Le Village Vert, 2004)

veramente un gran bell'album.
con grande rammarico di non avere conosciuto prima un qualcosa di così inestimabile, mi accontento nel farmi assuefarre da queste canzoni.
folk-pop, trip-hop, elettronica di una certa levatura, atmosfere sospese nell'aria da un ritmo volatile.
Noyés Dans la Masse è un gioiello dimenticato, ingiustamente dimenticato, puntualizzo. Ricami classici di un tatto raro quanto l'arcobaleno, la voce di una musa che nessuno conosce ma che c'è e canta come una dea, note di piano rimbombanti come l'esplosione di una bomba.
Nos Vies Limitrophes calca ancora di più il piede sulle traiettorie minimali, concedendosi ad una storiella che vira rock quando c'è da raccontare qualcosa di importante e si squaglia in luccicio colorato quando il racconto si fa più pauroso.
Personne N'Est Comme Toi si lascia andare in convulsioni rock personali e ruvide, Avril En Octobre è un bozzettino pop sferzato da sibili elettronici taglienti ed efficaci quanto un coltello sul burro.
Sans Moi è forse il pezzo più sentito del disco, in cui si percepisce la voglia di buttare fuori tutte le emozioni senza fronzoli strumentali, con una produzione scarsa ed essenziale. una tastiera, qualche nota di piano, un accenno di accordo di chitarra. niente di più per comporre un qualcosa di eccezionale.
Dans Quel Pays è melodia rock garbata e incalzante, Femme À L'Eau De Vie è un pop parlato: sembra di vedere un prato rigoglioso in una Francia di periferia e il sole al tramonto. due (massimo tre) amici a sedere sull'erba a suonare. le sensazioni di amatorialità che rilascia questo disco sono un qualcosa di difficilmente ricercabile.
Entra in campo, in maniera abbastanza decisa, l'elettronica e il risultato è buono.
Mon Toujours Partant, oltre agli elementi già precendentemente menzionati, aggiunge piccoli rivoli elettronici di contorno che non paiono messi lì come un abbellimento inutile. no, proprio per niente.
sono funzionalissimi e contribuiscono nel cesellare una canzone da notte oscura e un auto che corre veloce, nel buio.
La conclusione elettro-classica di Les Homme Peuvent Être... è la conferma di quanto questi ragazzi abbiano una grande padronanza della produzione sonora e quanto siano sensibili e capaci di contaminare contesti differenti in maniera completamente indolore. anzi, non indolore, piacevolissima. insomma, quest'ultima canzone è davvero fantastica.
nota di conclusione. il disco che vi ho descritto è la ristampa dell'esordio pubblicato dalla Nettwerk America nel 95. la tracklist è completamente cambiata e non so cosa possa cambiare rispetto alle registrazioni originali.
lascio a voi la curiosità di percorrere ulterioramente le strade artistiche di questa band, andando a ricercare gli altri tre album. in ordine cronologico: Immobile, Faux Mouvement, L'Echappee Belle.
meritano davvero, perchè non sono mai uguali e perchè ci sono tutti gli elementi per farsi amare una band, anche da persone che hanno gusti musicali diametralmente opposti.
io avrei finito... se avete da aggiungere ne sarei davvero grato, sono sicuro che ci sono ancora tantissime cose che non conosco..

Postato da: tmtd a 23:12 | link | commenti (2) |

martedì, 18 luglio 2006



Wiley: "Treddin' On Thin Ice" (XL Recordings, 2004)

prima premessa: ho scoperto questo disco per caso.
seconda premessa: non sono esattamente un intenditore di hip-hop.
detto questo, l'album è fantastico.
campionamenti classici come se piovesse, vocine registrate esilaranti, rapping praticamente perfetto.
un lavoro di ricerca ritmica incredibile, il beat non è mai uguale, le canzoni si differenziano, e le trovate sono sempre geniali.
l'iniziale The Game impianta scomposizioni ritmiche insieme a un loop di violino (credo), le parole vengono snocciolate con un piglio irresistibile, il pezzo si conclude con synth spaziali, battiti decisi e tanta fantasia.
la seguente Pick U R Self Up è a dir poco comica. Qualcuno risponde al telefono e questo ci dice :"You have one new messages". Dopo poco inizia a parlare una voce femminile che ne dici di tutti i colori. Sembra essere leggermente arrabbiata. Anche qui, il campionamento classico sembra essere parte integrante, così ben incastrato nelle parole forsennate, innestato all'interno del beat. Si scivola fino in fondo, fra un cambio di voce, un ritmo scemo, una rima fuori posto.
Arriva ora forse il capolavoro del disco, Wot Do U Call It.
Base electro + rapping + violino campionato (ancora).
Synth rabbioso, voce impazzita, rumorini stuzzicanti, cambi di ritmo improvvisi. Come fantasia compositiva, rimanendo in questo ambito, mi viene addirittura di paragonare Wiley agli Antipop Consourtium.
piccolo siparietto electro in Eskimo, ossessione e cattiveria nella successiva Going Mad.
un impianto poliedrico e inusuale si presenta Doorway. Oltre al beat tipicamente hip-hop, si fanno largo dei synth spaziali, supportati da alcuni loop sporadici, evidenziando la grande voglia di uscire dalla normalità del genere e comporre qualcosa di nuovo.
Special, che campiona Thats What I Need delle SWV, è un groove sotterraneo, Reason sciorina il solito gusto scanzonato e sbarazzino.
ed ancora: canzoncina quasi pop in Next Level, con un forte contrasto fra il cantato e i suoni giocosi, stranezze assortite in Got Somebody.
tirando le somme, lo ritengo un album molto bello, vario e valido dal punto di vista compositivo.
piacerà sicuramente a chi già bazzica questi lidi muscali, ma pure a chi piace l'elettronica, perchè qua dentro c'è davvera tanta electro con i fiocchi.

Postato da: tmtd a 12:02 | link | commenti (6) |

lunedì, 17 luglio 2006



Roommate: "Songs The Animals Taught  Us" (Plug Research, 2006)

Kent Lambert , in origine film-maker, si dedica alla composizione di canzoni sporadicamente.
Autore, nel 2004, di un ottimo EP dal nome “Celebs”, si affaccia ancora al mondo della musica con una sincerità sconcertante.
I testi delle sue canzoni sono essenziali per comprendere l’anima del suo lavoro, timidamente adagiati su una malinconia sorniona e una rabbia appassita. Si parla di rassegnazione, di paure, di un’America che proprio non ci piace, di amori consumati su un prato rigoglioso. Accuse velate all’economia Bush-iana, critiche con la maschera tenue, implicite puntualizzazioni, che dimostrano quanto Kent sia uno scrittore dalla penna finissima e dorata.
La musica che contorna e impreziosisce le sfavillanti liriche è sognante e oscura, scabrosa e tenera, gocce di rumore screziano melodie tenerissime, timbri dalle sembianze irriconoscibili salgono e scendono, cambiano direzione improvvisamente.
Azzardo una definizione stilistica: immaginate Patrick Wolf in mezzo ai computer, indaffarato a “suonare” un gameboy e a bisticciare con un computer che gli permette di cesellare intrecci elettronici. Lasciate intatto il suo gusto melodico e compositivo, ed avrete vagamente in mente cosa contenga questo dischettino.
Le singole tracce si susseguono come un fiume scorre veloce nel suo letto, i ritmi si dipanano con dolcezza elegiaca, sprigionando emozioni ad ogni istante, spruzzando nell’aria profumi inebrianti.
L’iniziale “Tuesday” esprime con forza la preoccupazione e l’ossessione riguardo il tema della guerra. Frasi come :”The war will start on Monday, we will go to work, we will read the headline, we will go to get coffee” diffondono un’ansia pacata ma presente e deteriorante, quasi dannosa, un morbo che circonda la mente e non la libera più. Il cantato è molto minimale e mai eccessivo, timidamente pauroso nell’esporre i propri pensieri, Kent dimostra di avere una voce molto poliedrica, capace di far nascere sensazioni di intensità sconosciuta.
I fraseggi melodici sono di struttura elettronica, così incentrati su uno scontro fra ritmi digitali e partiture di una tastiera dilatata. Improvvisamente entra in scena un synth giocosissimo, vivace e delizioso, in grado di regalare attimi di bellezza cristallina. Il finale, con le parole poco più che sussurrate, lascia uno strano torpore dentro le nostre orecchie.
Prosegue “Fairgrounds” con il suo incedere minimale e stralunato, un timbro deliziosamente saturo e pieno circonda i sensi dell’ascoltatore con forza pacata. In questo frangente viene imbracciato il banjo, attorniato da scintillanti note di xilofono e soffocanti beat elettronici, ruvidi e aspri. Gli strumenti acustici si ibridano perfettamente con la componente “estranea”, effigiando un effetto quantomeno straniante. La conclusione vagamente pazzoide ricorda alla lontana gli Animal Collective.
Il techno-pop oscuro di “Hot Commods” ci fa capire quanto Kent abbia ascoltato i dischi dei Depeche Mode, ma anche quanto apprezzi gli odierni Xiu Xiu, quelli di “Fabulous Muscles”. Sibili digitali scordati e scomposti, note di piano in crescendo, un groviglio di note, ci accompagnano al finale con una coltellata dopo l’altra, sfinendoci fino all’ultimo secondo.
Ancora parole maliziose e musica ispiratissima nella seguente (e immediata) “Status Hounds”. Elettronica intricata e coloratissima, rimbalzi silenziosi, convulsioni di una macchina impazzita, segni di una insoddisfazione maturata negli anni, con il giocoso giro di parole conclusivo : “We hate the rich, but we might get rich, maybe hate will make us rich”.
L’intrinseca bellezza compositva di “Typhoon” lascia residui di dolore nelle nostre membra, intaccando sicurezze e convinzioni. Il testo immaginifico è una fabia realistica tinteggiata con garbo e fantasia. Si accoppia con coerenza la successiva “War Talk”, riesumando il tema della guerra accennato nella prima traccia. La voce dondola malata e sfigurata, i suoni sono  spore velenose che si proliferano con velocità.
Viene sviluppato ulteriormente il lavoro di levigazione della musica nella settima traccia, “Dinner With Ivan”. Basato completamente su trame elettroniche, ricorda con insistenza qualche episodio di quel capolavoro che è “Handwriting” di Khonnor.
Forte intensità emotiva in quel quadretto di disperazione giovanile che è “Fresh Boys”, bellissima favola dalle parole e dai suoni discordanti e contraddittori. Lenta, pacata e commovente.
Profumi di vera poesia in “Molly”. :”The sky was pink like a seashell, i couldn’t tell that it wasn’t real, i didn’t know that grow up or that the ocean had dried up..”, “We Will crawl to the ceiling, drop and float in the breath of the ghosts of our childrens”. Queste le parole di una canzoncina preziosa quanto il più raro diamante.
Conclude definitivamente con solennità e dolcezza “Hollis”, il pezzo più etereo e vicino a certe sonorità dream-pop. Altrettanto significativo e semplicemente bello.
Questo è un disco che, ne sono convinto, lascerà traccia di sé senza sparire innominato, i suoi suoni sono troppo rari per essere dimenticati, i suoi racconti sono troppo pregiati per essere lasciati alla deriva della confusione discografica.

(8)

recensione di Alessandro Biancalana

Postato da: tmtd a 15:38 | link | commenti |

sabato, 15 luglio 2006



stasera ho visto Blood: The Last Vampire..
è stato il primo anime completamente prodotto in digitale, elogiato ovunque venisse nonimato..
allora per la curiosità ho voluto vederlo..
inizialmente, lasciando da parte qualsiasi altra cosa, vorrei parlare solo della resa visiva e dell'impatto grafico.
favoloso.
insomma, veder muovere Saya (la protagonista) è fantastico.. il suo viso sempre corrucciato, gli scatti con la spada, le corse contro i terribili vampiri.. tutto è stato realizzato con una minuzia impressionante.
la limpidezza dei colori è la cosa che mi ha colpito di più, da tanto son puri sembra di vivere l'avventura in prima persona, elevando l'immedesimazione nella storia a livelli ludici..
anche la gestione delle ombre è stata architettata con precisione chirurgica.. al minimo cambio di direzione o di movimento dei personaggi, il colore della pelle/vestiti cambia gradualmente, rivelando un lavoro mastodontico dal punto di vista grafico e di rendering..
gli sfondi sono stati disegnati in 2d eppoi renderizzati in 3d, ed anche questa parte è stata realizzata senza la minima sbavatura.. l'integrazione complessiva è perfetta, tanto realista quanto raffinata..
l'effeto complessivo della realizzazione grafica è stupefacente.
nei momenti di maggiore tensione sembra di essere all'interno della scena, non c'è distanza tra lo spettatore e lo svolgimento della trama..
le musiche sono parte integrante di questo risultato complessivo, essendo ossessionanti e schizofreniche nei momenti di pura adrenalina, pacate e attendiste (seppur sempre con qualche velo di tensione) nei momenti di calma apparente..
sono sempre shockato, è evidente.. ma la visione di stasera mi ha lasciato a bocca aperta.
consigliato a qualsiasi persona ami gli anime, ed anche a chi non li ama ma apprezza semplicemente un film pieno di tensione e azione forsennata. e pure a chi ama le spade giapponesi.

Postato da: tmtd a 23:00 | link | commenti |