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DJ Hell: "Teufelswerk" (Gigolo Records, 2009)
Magnate discografico, simbolo dell’estetica del clubbing internazionale, freddo imprenditore e scrupoloso responsabile di un mostro come la Gigolo Records. Dj Hell è tutto questo e molto altro ancora. Negli ultimi anni il tedesco ha fatto parlare di sé soprattutto per la gestione scriteriata degli artisti legati contrattualmente alla sua etichetta. In sostanza, si parla di ricavi di pubblicazione miseri e trattenute sul compenso finale da capogiro, a testimonianza di ciò non è raro incappare in un’intervista in cui si critica Dj Hell come imprenditore.
Lasciati da parte i rumors extra-musicali veniamo a “Teufelswerk”. L’artista tedesco non pubblica un album di composizioni originali dal 2003, anno di rilascio dell’ottimo “N.Y. Muscle”. In quel periodo il suono dell’album venne a galla per la sua ruvidezza scabrosa e metallica, capace di mescolare sembianze electro-clash e un sapiente uso delle partecipazioni vocali, in particolare quella di Alan Vega. Trascorsi ben sei anni, il presente si incentra su un suono compatto, progressivo e decisamente curato. Il disco - con tracce (quasi) sempre oltre i sei minuti, - mostra un compositore maturo, furbo e attento alle tendenze, con le capacità giuste per cogliere un’ampia fetta di mercato.
L’opera si suddivide in due cd speculari ed eterogenei. Il primo si concerta su una formula sovraccaricata di techno muscolare ma contenuta, congegnata con l’aggiunta di profumi house soffusi e seducenti. La tradizione del suono “tedesco” viene preservata a partire dagli incastri ritmici secchi taglienti, passando per le tastiere programmate con un retrogusto decisamente kraut. Le canzoni si tramutano in narrazioni notturne ossessive dal nascere (le convulsioni di Bryan Ferry nei colori pop di “U Can Dance”, il testamento prolisso e minimale di Puff Daddy in “The DJ” ), gli strumentali mostrano audacia e strutture melodiche di forte impronta technoide (i richiami kraftwerkiani di “Electronic Germany”, i sorprendenti dieci minuti di oblio nella meccanica “The Disaster”).
Nonostante un’ortodossia di fondo, le restanti tracce si districano con efficacia in trame di non facile realizzazione, mescolando classe con trovate inedite (il raffinato quadretto progressive-house “Wonderland”, la vivace trance-techno di “Hellracer”), cesellando raffinati tappeti sintetici (“Bodyfarm²”) ma anche episodi da pista molto oscuri (“Friday, Saturday, Sunday”).
La seconda parte di “Teufelswerk”, nonostante il diretto collegamento con la prima, si scioglie con un andamento più disteso. Laddove prima c’erano beat precisi e sostenuti, qui si inserisce un comparto ritmico meno invadente, coadiuvato da contorni inediti come la chitarra (la lunga e sexy “The Angst & The Angst Pt 2”) o campioni presi in prestito (una partitura di Slava Tsukerman dal film “Liquid Sky“ in “Nightclubbing”). Purtroppo, se da un lato questo approccio può portare a risultati di tutto rispetto (la suite movimentata di “Germania”), in altri casi si attesta a metà fra sperimentazione e dubbia destrutturazione (l’incomprensibile ambient-music slacciata in “Carte Blanche”).
Dopo un fugace ritorno alla pista da ballo (le due mine vaganti “I Prefer Women To Men Anyway” e “Hell's Kitchen”), Dj Hell conclude l’opera con l’inclassificabile pop di “Silver Machine”, cantato da Marsmobil aka Roberto Di Gioia.
Tirando le somme, siamo di fronte a un ritorno di grande classe. Dj Hell, da asso della club-music quale è, scomoda la sua penna raramente, ma quando inizia non c’è scampo per nessuno. “Teufelswerk” si mostra opera complessa, articolata, minuziosa, mai opulenta o eccessiva. Un’autentica raccolta di frangenti da trasporre ai posteri, utile per esemplificare la composizione della disco-music con una concezione ad ampio respiro.
(7,5)
recensione di alessandro biancalana