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Asobi Seksu: "Hush" (One Little Indian, 2009)
Nel momento in cui una formazione musicale ottiene consensi quasi unanimi, si possono ingenerare aspettative smisurate. Quando “Citrus” iniziò a circolare per i negozi, gli Asobi Seksu erano ancora una band per lo più sconosciuta, con alla spalle un discreto esordio omonimo passato inosservato. L’estetica azzeccata (dimessa e non troppo cool) e i concerti incontenibili hanno contribuito a farla uscire da questo torpore mediatico, trasportandola sul piedistallo della fama, più o meno di nicchia. Passati tre anni da questo bagno di notorietà, è maturata una spasmodica attesa per il terzo disco. “Hush” è quanto ci aspettavamo, ma fino a un certo punto.
Le dodici tracce contenute in questa nuova prova presentano un collettivo diverso, forse maturato, progredito verso nuovi orizzonti.
In primo luogo, balza all'attenzione la mutazione della voce di Yuki Chikudate. In passato i suoi vocalizzi angelici fondevano purezza lirica tipica delle cantanti giapponesi e un uso massiccio dell’amplificazione per produrre un eco spropositato e ottenebrante. “Hush” cancella quasi totalmente questi punti di forza, normalizzando il tutto con una registrazione purificata, senza trattamenti successivi. A seconda dei gusti, questa scelta potrà essere condivisa o meno, in ogni caso siamo di fronte a un livellamento rischioso. Il contorno strumentale riceve lo stesso trattamento. Le chitarre si fanno cristalline e precise, i muri di rumore onnipresenti di “Citrus” scompaiono quasi in toto, la sezione ritmica evolve verso un andamento meno incessante.
Siamo dunque di fronte a un disco monotono, scialbo e banalmente normalizzato? La risposta è no, perché i quattro ragazzi hanno ancora dalla loro una grande capacità: saper scrivere belle canzoni. Se da un lato la trasformazione risulta un po’ indigesta, la materia prima rimane solida e presente.
Fiabe pop dolci danno il via all’opera con un piglio malinconico (“Layers” spezza l’attesa vigorosamente, “Familiar Light” splende di un fascino infinito), un sapore naif ricopre e colma lacune d’atmosfera (“Mehnomae” è bella solo a metà, “Gliss” recupera sul finale), le esplosioni sul finire sanno regalare emozioni pulsanti (“Sing Tomorrow’s Praise” tambureggia implodendo, “Sunshower” si compiace con il solito tocco). Dopo una coppia di episodi puntigliosi al punto giusto (“Glacially”, "I Can’t See"), arriva il singolo “Me & Mary”, pronto per una radio alternativa dal buon gusto. Segue la conclusiva “Blind Little Rain”, una silente magia pop irripetibile.
Commistione incantata di evoluzioni e punti di forza ormai saldi, “Hush” mette in tavola un lavoro di sottrazione audace ma apprezzabile, percorrendo una strada di mezzo che metterà d’accordo fan esigenti e ascoltatori estemporanei.
(7)
recensione di alessandro biancalana
