Pensieri e immagini d'un essere estraneo
tmtd in Takeo Toyama: "...
utente anonimo in Takeo Toyama: "...
12k
comaneci
diandra
disasters by choice
franz
gutevolk
Hafssól
Italy Gig List
J-music
microsuoni
moshi moshi
Ondarock
piana
randolph
sig. sapio
son of a gun
stream of consciousness
technicolors
temporary residence
there is a light
tujiko noriko
umanuvem
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
visitato *loading* volte


Harmonic313: "When Machines Exceed Human Intelligence" (Warp, 2009)
Quando le macchine superarono l'intelligenza umana: un titolo programmatico. Un manifesto, quasi. Gli strumenti che prendono il sopravvento, la tecnologia che vince sul tecnico, la creatura che fagocita il creatore. Sarebbe lo scenario perfetto per un film sci-fi anni 80, oppure per un fumetto di Miguel Angel Martin. Invece, il futuro cupo e senza speranza lo racconta un disco, il primo sulla lunga distanza di Harmonic 313, moniker dietro al quale si cela Mark Pritchard (compagno storico di Tom Middleton nei Global Communication, aka la storia dell'elettronica anni 90). E lo racconta coniugandolo in una lingua nuova, la lingua della cultura underground londinese, la lingua dell'emergente wonky beats, o qualsiasi altro nomignolo si voglia puntare su questa realtà figlia del dubstep e dell'hip-hop, nipote della jungle e della drum'n'bass. Praticamente, un bombardamento a grappolo di bassi grassi, profondi, quasi senza soluzione di continuità, su cui l'artigiano Pritchard costruisce il proprio castello di beat e melodie al synth, con un mood tra breakbeat e house.
Ascoltando il disco, la prima immagine che viene in mente è la copertina: quel ghigno robotico che non è nient'altro che un artefatto della nostra mente, mentre ci fissa algido e impassibile nella sua incontestabile logica. Ce lo immaginiamo mentre pronuncia l'intro di "Word Problems", a metà tra reale e virtuale; oppure mentre supera definitivamente l'intelligenza umana scoprendo le emozioni, così diverse però dalle nostre, quasi delle fredde sequenze di dati da analizzare secondo una prassi precisa ("Falling Away"). Perché per la durata dell'intero disco, Pritchard racconta la propria storia futuribile con una capacità cinematografica impressionante, come se al posto delle parole ci fossero i synth storti, al posto della punteggiatura i beat e le bassline.
L’assetto privo di aperture prettamente melodiche, relegate al sottofondo o martoriate con veemenza, riduce il contatto con l’ascoltatore che si limita ad assistere ammutolito. La perizia della resa glaciale dei suoni è a tratti superba (la progressione matematica di “No Way Out”, i contraccolpi sonici presenti in “Cyclotron”), il complesso intreccio di partiture compositive raggiunge risultati disorientanti (stratificazioni multiple per “Köln”, le colorazioni variegate della pimpante “Galag-A”).
Il ritmo incalzante e adrenalinico prende piede forgiando cortocircuiti digitali ossessionanti, sotto forma di hip-hop (“Battlestar”) o di piccoli divertissment da un minuto (“Cyclotron C64 Sid”).
L’anima di questa musica, avulsa da un contesto empatico, mostra tutta la sua impassibilità con sfrontatezza e distacco, silurando il fruitore con ritmiche scheletriche e suoni aridi (esemplare “Call To Arms” e soprattutto “Flaash”). Risulta sterile o quantomeno cavilloso ricercare una definizione per un agglomerato di bit così perfettamente impastato (i sei minuti di “Quadrant 3” sono quanto di più indefinibile), lasciando da parte il lato analitico per un momento, va privilegiato un ascolto disincantato e attento.
Viene da chiedersi se le macchine riusciranno mai a sostituire l'uomo, se sia proprio la tecnologia che creiamo la prossima tappa dell'evoluzione. A questi quesiti Pritchard non dà risposte, cerca solamente di narrare un racconto futurista (e futuribile) musicale; e come i grandi autori, lo fa utilizzando i mezzi espressivi e comunicativi del proprio periodo.
(8)
recensione di alessandro biancalana e mattia braida
