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Takeo Toyama: "Etudes" (Karaoke Kalk, 2009)
Discepolo di una stirpe folta e ben attrezzata, Takeo Toyama esordisce con un’opera che profuma di tradizione e incanto. Affascinato dal jazz pianistico e da ritmi minimalisti, il giapponese mette insieme un disco delicato, composto con acume e curato nei minimi particolari. Per certi versi simile al connazionale Lullatone, “Etudes” sprigiona una libertà stilistica contagiosa, capace di transitare con sensatezza da un genere all’altro senza perdere in coesione. Non c’è una definizione precisa da forgiare per questa musica, si tratta per sua natura di un’entità sonora sospesa in aria, candita da melodie che sono a metà fra pop ambientale elettronico e marcette classiche post-moderne.
La sensazione di ascoltare la colonna sonora di un teatrino sconclusionato è più che plausibile (i singulti delle varie “Troll”, “Leo”, “Tuner” e “Bobbin”), mentre si rimane perfino disorientati dalla bellezza dei quadretti magniloquenti (la solitudine del piano in “Stitch”, i field-recordings infantili di “Tremolo”, gli intrecci di violoncello in “Gauche” e “Drops” ). Mentre una gemma di j-pop flemmatico conclude il disco (i batti e ribatti fra cori e colpi di drum-machine in “Ugly Girl”), il resto del disco si divide fra ritmi incessanti (il caos di “Odd”), suoni pop solari e frizzanti (“Bobbin”), rimasugli di malinconia da espellere (una fisarmonica per “Hectopascal”).
“Etudes” si dimostra opera dalle tinte variegate, un sottile filo conduttore aiuta a collegare le dodici tracce e la loro versatilità. L’autore Takeo Toyama ha il garbo e l’esperienza di un compositore navigato, riesce ad affastellare umori antitetici e affascina con un tocco quasi naif. Un autentico fulmine a ciel sereno per chi ama i suoni provenienti dall’anima.
(7)
recensione di alessandro biancalana
